Milano Film Festival 2018: presentazione

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Un nuovo inizio

Dal 1995, anno di fondazione, il Milano Film Festival ha per puro spirito di sopravvivenza e anche per scelta dovuto/voluto cambiare formula o ricalibrare l’assetto iniziale pur mantenendo intatta l’essenza e in primis la sua mission. Senza riavvolgere troppo le lancette dell’orologio, solo due anni fa si era assistito a un cambio di veste, lo stesso che la kermesse meneghina si è trovato nuovamente ad affrontare per questa sua 23esima edizione, in scena su diversi schermi e locations della città (ANTEO Palazzo del Cinema, Spazio Oberdan, Piccolo Teatro Studio Melato, Palazzo Litta, Cascina Cuccagna, BASE Milano e il quartier generale in Piazza XXV Aprile) dal 28 settembre al 7 ottobre 2018. Stavolta però si tratta, almeno sulla carta, di un vero e proprio salto di qualità, necessario alla manifestazione per fare un ulteriore passo avanti nel circuito festivaliero nostrano e internazionale. Lo dicono le figure coinvolte, con Gabriele Salvatores che entra ufficialmente nello staff per affiancare Alessandro Beretta nella direzione artistica, ma anche gli ospiti confermati, le novità e l’allargamento dell’offerta audiovisiva e degli eventi collaterali multidisciplinari.
Diamo il via a questa carrellata sulla line-up dell’edizione 2018 proprio con la grande novità del festival che, per tenersi al passo con i tempi, ha introdotto nel già ricco cartellone uno spazio non competitivo dedicato interamente alle opere in VR. Da giovedì 4 ottobre la Sala Lounge di BASE Milano sarà allestita con scenografie ad hoc per ospitare le sedici esperienze di Ultra Reality: storie emozionanti, sogni e meraviglie del nostro mondo, che spaziano dalla fiction al documentario, passando per l’arte e il teatro: dalla performance live-action Eyes in the Red Wind di Sngmoo Lee che proietta lo spettatore di turno in una solenne cerimonia che sfocia in una violenta tragedia al vincitore dell’Imperial Crown al World VR Forum 2018 dal titolo Tales of Wedding Rings di Kaei Sou che trascina il fruitore nell’iconico mondo dei manga, passando per Sun Ladies con il quale il regista Christian Stephen regala un faccia a faccia con una truppa di donne combattenti yazide.
E non competitiva è anche la sezione “The Outsiders”, una raccolta di film che hanno fatto parlare di sé nei mesi scorsi a cominciare da The Image Book di Jean-Luc Godard, vincitore della Palma d’Oro Speciale a Cannes 2018, da dove provengono anche il disturbante Climax di Gaspar Noé e il gangster movie scatenato con Vincent Cassel e Isabelle Adjani diretto da Romain Gavras, The World is Yours. Direttamente dalle ultime edizioni della Berlinale e di Venezia, invece, arrivano U-July 22 e Doubles vies. Nel primo Erik Poppe firma un unico piano sequenza sulla fuga di una ragazza nella strage che fece 69 vittime per mano di un estremista di destra, mentre con il secondo Olivier Assayas porta sullo schermo una commedia con Guillaume Canet e Juliette Binoche tra editoria e lavoro culturale.
Non mancheranno ovviamente gli eventi speciali, quest’ultimi numerosi e per tutti i palati: dalla proiezione di Grease restaurato in odorama a quella di Il Grande Lebowski in accappatoio, dalla giornata dedicata ai flussi migratori alla serata dedicata a Lamberto Caimi, dalla festa della Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti alla passeggiata tra i cinema milanesi scomparsi, dalla serata speciale tra cinema e musica con Raiz al focus sull’animazione e alla cerimonia di premiazione dove verranno assegnati i riconoscimenti dei concorsi per lungometraggi e cortometraggi.
Horror, erotismo in costume, saga famigliare, coming of age generazionale, tragi-commedia, film bellico, eccessi giovanili, action movie, crime story, animazione: sono questi alcuni geni che costituiscono il dna del Concorso Internazionale Lungometraggi di questa edizione del Festival. Un concorso particolarmente variegato ed estremamente compatto, in cui si delinea l’idea di un cinema innovativo e transgenerazionale, fatto dalla commistione fra i generi. Nella rosa degli 8 film in concorso sulla lunga distanza è predominante il tema della famiglia, o per lo meno s’intuisce un’idea di appartenenza: da quella allargata e calata all’interno della dimensione comunitaria di un kibbutz (The Dive) a quella più disfunzionale (Thunder Road) fino alla crisi dell’istituzione familiare (Virus Tropical). Ma il ruolo e la scoperta del senso della famiglia possono diventare anche il viatico per una riflessione sull’identità, tanto individuale (Denmark e Crystal Swan) che di un’intera nazione (The Mercy of the Jungle e The Third Wife). E anche un film così all’apparenza lontano come Luz, enigmatico horror di possessione demoniaca, finisce per rientrare perfettamente all’interno di quell’esperienza formativa, ugualmente fisica e mentale, di cui si fanno portavoce anche gli altri titoli proposti.
Mentre con i 38 corti selezionati nella vetrina apposita gli organizzatori hanno cercato di comporre un panorama più vasto possibile, in grado di restituire l’immagine di un universo in continua evoluzione, com’è appunto quello della produzione breve. Si passa così dalla commedia di The Seventh Continent, ai “romanzi familiari” di Palookaville e Heimat, fino all’horror de La Persistente, diretto da una delle tredici registe scelte per il concorso. Ovviamente, c’è posto anche per sguardi più originali e stranianti: il mondo degli adulti da una prospettiva infantile (lo svedese Shadow Animals), la bizzarria del quotidiano svelata attraverso la quotidianità del bizzarro (il finlandese Fucking Bunnies), la rivoluzione come gioco di ruolo (il portoghese Bullet Points for Revolution). Particolarmente ricca e vitale è l’animazione, sia per la varietà delle tecniche impiegate (dalla tradizionale del portoghese Augur alla stop-motion dello statunitense Blind Mice), sia per la diversità di approcci e temi affrontati. Fra i tanti, segnaliamo Tracing Addai, documentario animato su un tema attuale: i giovani foreign fighters nel conflitto siriano. Quanto ai documentari veri e propri, la pattuglia è ristretta ma agguerrita. Si può ancora parlare di “cinema del reale”, come qualche anno fa? In barba alle etichette, c’è chi guarda un po’ “oltre” il reale, come il singolare Mountain Plain Mountain, e chi lo affronta di petto, come lo svizzero Hamama & Caluna, che tratta con delicatezza e senz’ombra di paternalismo la questione migratoria.
E last but not least il grande ospite di questa edizione, vale a dire Matteo Garrone, la cui ultima fatica dietro la macchina da presa Dogman è stata scelta per difendere i colori nostrani nella corsa alla statuetta per il miglior film straniero alla prossima notte degli Oscar. Al pluridecorato cineasta romano il festival dedicherà una personale con i suoi esordi e una masterclass.

Francesco Del Grosso

Riepilogo recensioni per sezione del 23esimo Milano Film Festival

Concorso Internazionale Lungometraggi

Virus Tropical di Santiago Caicedo

The Dive di Yona Rozenkier

Thunder Road di Jim Cummings

Luz di Tilman Singer

The Mercy of the Jungle di Joël Karekezi

The Third Wife di Ash Mayfair

Denmark di Kasper Rune Larsen

The Outsiders

Climax di Gaspar Noé

Doubles vies di Olivier Assayas

The Image Book di Jean-Luc Godard

U-July 22 di Erik Poppe

Diamantino di Gabriel Abrantes e Daniel Schmidt

The World is Yours di Romain Gavras

Roma di Alfonso Cuarón

Museo di Alonso Ruizpalacios

Concorso Internazionale Cortometraggi

All These Creatures di Charles Williams

Judgement di Raymund Ribay Gutierrez

La Persistente di Camille Lugan

Second Best di Alyssa McClelland

Ultra Reality

After Solitary di Lauren Mucciolo e Cassandra Herman

Space Explorers: New Down di Félix Lajeunesse e Paul Raphaël

Eventi speciali

Ammore e Malavita di Antonio e Marco Manetti

Focus animazione

Cyclists di Veljko Popovic

This Magnificent Cake! di Emma De Swaef e Marc James Roels

Inanimate di Lucia Bulgheroni

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