The Dive

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Ogni giorno muoio un po’

Filmografie alla mano quando ci si imbatte in produzioni battenti bandiera israeliana è assai frequente assistere a pellicole che raccontano storie che, in un modo o nell’altro, direttamente o indirettamente, parlano e ci scaraventano nel mezzo del conflitto israeliano-palestinese, stazionando o palleggiando da una parte all’altra del muro per portarne sullo schermo i drammatici e quotidiani sviluppi. I capitoli sanguinari di una guerra che sembra infinita hanno finito con il monopolizzare l’attenzione della cinematografia locale e dei suoi esponenti, diventando di fatto il baricentro narrativo, drammaturgico e tematico della stragrande maggioranza dei film proveniente dalle zone in questione. Viene da sé che quando ci si trova, invece, a fare i conti con una pellicola che rivolge lo sguardo verso qualcosa che non sia l’ennesima cronaca filmata o romanzata di ciò che da decenni ha e continua a lacerare un Paese e la gente che lo popola, i motivi d’interesse crescono in maniera esponenziale. Di conseguenza, la curiosità nei confronti di The Dive di Yona Rozenkier era piuttosto elevata, proprio in virtù del fatto che lascia coraggiosamente il conflitto sullo sfondo (a ricordarcelo i bollettini televisivi e radiofonici, i messaggi sui cellulari che annunciano gli attacchi missilistici, le detonazioni e le raffiche di mortaio più o meno in lontananza) per focalizzarsi su un microcosmo universale come la famiglia seppur disfunzionale e sui conflitti interni che lo mettono in discussione.
Approdata nel concorso lungometraggi del 23° Milano Film Festival sulla scia dei riconoscimenti e dei consensi raccolti nel circuito festivaliero internazionale, a cominciare dall’anteprima all’ultima edizione del Festival di Locarno dove si è aggiudicato il premio della giuria giovani nella sezione “Cineasti del presente”, l’opera prima del regista israeliano ci conduce al seguito di Yoav, un uomo che torna nel suo villaggio natale per il funerale del padre e scopre così che il fratello minore Avishai entrerà tra pochi giorni nel fronte libanese. Mentre Avishai cerca consigli in Yoav e nel fratello maggiore Itay, che hanno entrambi subito un trauma sul campo di battaglia, il ritorno a casa finirà presto per andare fuori controllo. Il più classico dei ritorni a casa che segue a una lunga e ingiustificata assenza diventa in The Dive motivo di una riconciliazione forzata, che passa attraverso le pagine cinematografiche di un romanzo di (tras)formazione in età adulta, nel quale trovano spazio il buddy movie fraterno, il dramma casalingo, l’introspezione familiare e quella di una nazione che si interroga sulle proprie linee d’ombra. Il tutto si consuma all’interno di un luogo archetipo come il kibbutz che si fa a sua volta terreno fertile dove si fronteggiano affetti e legami biologici interrotti. I protagonisti faranno i conti con il proprio passato nel tentativo di ricucire lo strappo, ma gli antichi attriti, i dissapori, le promesse non mantenute, i sensi di colpa, i traumi, le paure, il non detto e i rancori sopiti, renderanno il cammino estremamente tortuoso.
Rozenkier cuce i fili di un vibrante e a tratti commovente ritratto familiare, dove a un mood serio fa da contrappunto qualche nota di amara commedia. Il regista regala momenti di intensa partecipazione con scene che lasciano il segno (il confronto orale tra Yoav e sua madre in cucina, il pre-epilogo nella grotta subacquea e l’addestramento paintball nel rudere), abbassando e alzando il livello di coinvolgimento emotivo dello spettatore. Quando il racconto raggiunge la temperatura di ebollizione, il merito è in primis del lavoro davanti la macchina da presa.

Francesco Del Grosso

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