After Solitary

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8.0 Awesome
  • voto 8

Le mie prigioni

Per il nostro esordio nella virtual reality eravamo alla ricerca di un’esperienza immersiva e totalizzante capace di lasciarci a bocca aperta. Setacciando nel circuito festivaliero internazionale, che via via sta dando sempre più spazio alle opere concepite e realizzate con le moderne tecnologie (vedi ad esempio la sezione “Venice VR” inserita nel programma della Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica), c’è l’imbarazzo della scelta, ma la nostra è ricaduta su After Solitary, presentata alla 23esima edizione del Milano Film Festival all’interno del programma di “Ultra Reality”.
Quella firmata da Lauren Mucciolo e Cassandra Herrman, già vincitrice del premio della giuria al SXSW Film Festival 2017, è un’innovativa esperienza giornalistica che utilizza la fotogrammetria e la cattura video volumetrica “8i” per raccontare la storia di Kenny Moore, 39 anni, un detenuto rilasciato di recente dopo anni in isolamento. Condannato per aggressione aggravata, furto con scasso e inviato nella prigione dello Stato del Maine appena maggiorenne, si aspettava di scontare una pena di 18 mesi. Ma dopo una serie di reiterati comportamenti non in linea che ne hanno aggravato la posizione, fu mandato in isolamento, dove il suo profilo caratteriale dirompente e instabile non fece altro che peggiorare.
After Solitary ci catapulta senza rete di protezione dentro il braccio di isolamento e per gran parte della timeline in quella manciata di mq dove suo malgrado il protagonista ha trascorso 5 dei 20 anni complessivi passati in carcere. L’esperienza audiovisiva diretta dalla coppia di cineaste statunitensi riavvolge le lancette dell’orologio, riportando Moore nuovamente all’inferno, laddove ha vissuto un vero e proprio calvario. Proprio l’utilizzo della volumetrica ha consentito alle autrici di tele-trasportare virtualmente l’uomo nella sua ex cella, senza dovere ricorrere a nessun tipo di ricostruzione scenografica. Ciò consente al risultato finale di allargare i confini dello storytelling immersivo, esplorando al contempo il potenziale contributo della realtà virtuale al giornalismo. Il tutto semplicemente indossando delle cuffie e un visore che mettono nelle condizioni il singolo fruitore di (ri)vivere in presa diretta l’odissea quotidiana dell’ex detenuto. Lo spettatore è lì con lui, al suo cospetto e ne ascolta i racconti feroci e crudi, che non risparmiano nemmeno i minimi dettagli: dalle auto-flaggellazioni (tagli sul corpo, morsi e capelli strappati) agli episodi psicotici (messaggi sul muro della cella scritti con il suo stesso sangue), passando dalle violenze subite da parte dagli agenti della penitenziaria. Un racconto, quello di Moore, che lascia senza parole, a tratti persino disturbante, nel quale ricostruisce anche i metodi di sopravvivenza in carcere, le sue regole non scritte e i postumi psicologici (attacchi di panico, allucinazioni visive e sonore, senso di soffocamento, incapacità a relazionarsi). Quest’ultimi hanno lasciato ferite nella mente che difficilmente si cicatrizzeranno.
Diversamente da La cella 0 di Salvatore Esposito, dove con la sola testimonianza orale dei diretti interessati si rievocavano gli orrori e le sevizie perpetrati ai detenuti nell’omonima stanza del carcere di Poggioreale a Napoli, in After Solitary la possibilità di esplorare a 360° lo spazio con i nostri occhi aumenta in maniera esponenziale l’impatto emotivo e il livello di coinvolgimento. Il restare per 8 interminabili minuti tra le quattro strettissime mura della gabbia è qualcosa di sconvolgente, assolutamente da evitare se si soffre di claustrofobia. Noi lo abbiamo provato anche se solo per un lasso di tempo limitato e scrollarsi di dosso il mix di sensazioni non è stato facilissimo.

Francesco Del Grosso

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