Le relazioni pericolose… anche in rete
Presentato in anteprima il 23 luglio 2026 al Cinema Adriano di Roma, con la presenza per certi versi “eccentrica” di Rocco Siffredi a impreziosire la serata, Blue di Eleonora Puglia viene ora distribuito nella sale italiane. Coi suoi pregi e coi suoi difetti. Ma soprattutto con il coraggio di esplorare certe zone d’ombra della società italiana, nate ai margini dei nuovi media, senza troppi peli sulla lingua, senza cioè una visione castigata o accomodante dei fenomeni in questione. Forse solo Stefano Calvagna, si pensi a Baby Gang, aveva saputo accostarsi a certe derive del mondo giovanile contemporaneo con tanta sfrontatezza. E freschezza. Per tanti motivi, quindi, il lungometraggio merita una visione, possibilmente sul grande schermo.
Giovane la regista (con trascorsi da attrice), Eleonora Puglia, molto giovani anche le due protagoniste, Shaen Barletta e Alexia Cozzi, per un film che quasi conseguentemente finisce per offrire un punto di vista molto al femminile sul modo di vivere le relazioni oggi, sul rapporto genitori-figli, sulle opportunità – spesso così rischiose sul piano morale, della sicurezza e della privacy – di fare soldi facili in rete.
Eccoci al punto. La biondissima Luce (Alexia Cozzi), di buona famiglia, apparentemente viziatissima, non troverò però alcun sostegno nei ricchi genitori (distratti dai loro a volte vacui problemi) né tantomeno nel gruppetto di “amici” pariolini che la circonda, quando quel suo fidanzatino dall’esistenza decisamente “borderline” si troverà ad affrontare una brutta storia di debiti, torbida faccenda per cui le vorrebbe in qualche modo aiutarlo. Finirà così per cacciarsi a sua volta nei guai. Anche perché l’unico aiuto concreto le arriva dalla mora e altrettanto avvenente Vicky (Shaen Barletta), ragazza di estrazione più popolare che un tempo le aveva dato ripetizioni, diligente, studiosa, ma che per adeguarsi al dispendioso modello di vita degli altri è diventata una star di “Blue”, piattaforma erotica modellata qui sulle tante già esistenti in cui spogliarsi, dialogare in chat coi clienti e farli eccitare dall’altra parte dello schermo, attraversi prestazioni sessuali di vario genere, consente guadagni cospicui e rapidi. Col risultato di mettere comunque in vendita, così facendo, il corpo, l’immagine e magari un pezzettino di anima.
Visto il repentino peggioramento della storiaccia di debiti con cui Luce e il suo poco affidabile fidanzato devono confrontarsi, i differenti mondi delle due ragazze sono destinati bruscamente a incontrarsi… tutto ciò in rete, sotto lo sguardo libidinoso di maschi benestanti e desiderosi di trasgressione. E questo risulterà oltremodo traumatico per Luce e per i suoi genitori, fino ad allora pressoché assenti, tra cui spicca nel ruolo del padre quel Rocco Siffredi il cui personaggio non è certo lo stesso dei film a luci rosse cui ci ha abituato, ma che con la sua sola presenza sembra dare “l’imprimatur” al versante più erotico e piccante del pungente lungometraggio.
Come si accennava all’inizio, i difetti non mancano. Alcuni giovani interpreti (e lo stesso Rocco, che scherzando col pubblico ha ammesso in sala di essere maggiormente abituato a recitare “con altre parti del corpo”) non brillano certo per dizione, per naturalezza, per intensità da esprimere nei dialoghi. Alcuni non a caso sono di gran lunga più a loro agio nelle scene in cui esce fuori la fisicità, discenda pure essa dal conflitto o dalla seduzione. Al contempo la regia è a tratti acerba. Lo si nota anche in sede di montaggio, dove forse è proprio il montaggio sonoro ad aver dato maggiori problemi…
Di gran lunga più riuscita è l’esplorazione del contesto: sociologico, antropologico, territoriale. Il film, per inciso, è stato girato nelle Marche (Offida, Fermo e Porto San Giorgio) e nel Lazio (Ronciglione, Bomarzo, al Lago di Vico e a Fiumicino). Proprio a Ronciglione e a Offida le riprese di alcune festività tradizionali a carattere carnascialesco (che scorrono anche, nobilitandoli, sui titoli di coda) offrono un interessante contrappunto, riguardante la funzione della maschera, i possibili ribaltamenti sociali, l’agire allo scoperto e il vivere altre vite nell’ombra (come sembra fare una parte dell’alta borghesia ivi rappresentata). Senza scomodare necessariamente i “grossi calibri” come Eyes Wide Shut, ci sembra di scorgere in tale insistenza un’intenzionalità, almeno in parte riconducibile alle esperienze teatrali della sceneggiatrice, Valentina Ghetti, di cui in passato avevamo apprezzato la capacità di portare sul palco il tema del Doppio, lo studio sulla Maschera, altri elementi di matrice “pirandelliana”. Il suo apporto deve aver quindi conferito un po’ di profondità in più, a un prodotto cinematografico che pur con qualche tentennamento introduce situazioni nuove e alquanto scabrose, nella fin troppo appiattita cinematografia italiana di oggi.
Stefano Coccia







