Cosa resta di un amore
Se la memoria non ci inganna, è dal 2021, ossia dall’ultima volta di una competizione dedicata al cinema del reale sulla breve distanza, che al Saturnia Film Festival non si vedeva un documentario nella line-up. A interrompere il digiuno e a colmare tale assenza ci ha pensato cinque anni dopo La parola amore non esisteva, selezionato nella sezione “Sguardi di donne” della nona edizione della kermesse toscana, laddove il cortometraggio diretto da Eva Dematté è stato presentato dopo la partecipazioni ad altre importanti vetrine festivaliere come quelle di Bellaria e Trento.
Nella sua prima prova dietro la macchina da presa la giovane regista segue la quotidianità in un piccolo paese trentino del proprio nonno, immaginando che ad accompagnarlo ci sia la nonna appena scomparsa. Nasce così uno spazio intimo e familiare in cui vita e morte sembrano sfumare l’una nell’altra, in un racconto delicato che parla di perdita, di sogni e desideri non realizzati, ma anche del difficile passaggio all’età adulta. Anime differente e tematiche universali, queste, che convergono e coesistono nel tessuto narrativo di un’opera che, attraverso un attento lavoro di scrittura dell’autrice con Vittorio Parpaglioni Barbieri, si trasforma nell’occasione per un confronto generazionale e una riflessione sulla condizione femminile. Davvero tantissima carne quella messa al fuoco, che per via del rilevante peso specifico che caratterizza le singole argomentazioni sollevate sta un bel po’ stretta nel formato breve, costretta di conseguenza a una compressione in una timeline ridotta che invece, per esprimere al meglio l’effettiva portata dei contenuti e le molteplici intenzioni autoriali, necessitava di un respiro decisamente più ampio.
Limiti, quelli di cui sopra, che non impediscono però alla Dematté di dare vita a un sentito e sincero omaggio alla vita e all’amore, che ha come focus una domanda ben precisa che non perde mai di vista: cosa resta dell’amore quando chi amiamo continua ad abitare i gesti, gli spazi e la memoria? Su e intorno a questa costruisce l’architettura di un’opera stratificata che si sviluppa su piani spazio-temporali e approcci formali differenti per provare a dare una risposta. In La parola amore non esisteva, realtà e memoria si fondono in un dialogo intimo che di fatto si materializza sullo schermo sotto forma di una docu-fiction. La fusione tra gli opposti è scorrevole e ben congegnata, resa possibile e agevolata dal buon lavoro di montaggio e fotografico, che permette al racconto di passare con scioltezza dal B&N al colore, dal documentario alla finzione, dal presente al passato, dal vero all’immaginifico.
Francesco Del Grosso









