Roma

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8.0 Awesome
  • voto 8

Lettera d’amore alle proprie radici

Esistono registi che, di film in film, si dimostrano sempre più versatili e Alfonso Cuarón, classe 1961, rientra tra questi. Dopo il film di fantascienza Gravity (sempre presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2013) difficilmente ci si sarebbe aspettati un film intimo come Roma, reso ancora più elegante dal bianco e nero, abile nel restituire la sensazione di un tempo che non c’è più e la nostalgia che ne scaturisce.
«Panta rei» diceva Eraclito ed è un aforisma che torna in mente quando si assiste all’incipit: inquadratura sul pavimento in maiolica, mentre l’acqua scorre e vi si specchia il cielo – pulire è un’azione che la domestica è abituata a compiere e che più volte ritornerà, seppur non così proposta. Con movimenti di macchina evidenti, ma al contempo, mai invadenti, si segue la donna, quasi a voler scrutare, ma con la giusta distanza. Attraverso piani sequenza, in punta di piedi, entriamo nella casa (con la consapevolezza che è stata ricostruita sui ricordi del regista) – un termine a cui ognuno di noi associa vari significati.
Cleo (un’intensa Yalitza Aparicio) è la giovane collaboratrice domestica di una famiglia della classe media di Città del Messico, residente nel quartiere di Roma (dove Cuarón è vissuto) caratterizzato dall’Art Déco e dalla multiculturalità. In ciascun gesto che la ragazza compie si intuisce un amore e una dedizione encomiabili per la famiglia presso cui è a servizio – teneri i momenti con i bambini, in cui riesce a essere protettiva ponendosi, parallelamente, al loro livello nel dialogo e nel gioco (non è un caso che giochi a «fare finta di esser morta»)
A dividere questo ruolo di “custode della casa e del nucleo di persone” c’è Adela (Nancy García García), grazie alla quale avviene l’incontro con un ragazzo, Fermín (Jorge Antonio Guerrero).
«Non importa ciò che dicono, sempre stiamo sole», afferma a un tratto la donna di casa, Sofia (Marina de Tavira), disincantata da ciò che le è accaduto e re-esistente anche in virtù del fatto di essere madre di quattro piccoli (solo da bambini gli uomini sembrano salvarsi perché, forse, ancora puri). In Roma emerge un ritratto della forza e della solidarietà posta in campo dalle donne nei momenti di difficoltà – privati e sociali (dal terremoto alle dimostrazioni studentesche e al Massacro del Corpus Christi).
Il cineasta «attinge alla propria infanzia restituendo», infatti, «il ritratto vivido ed emozionante dei conflitti famigliari e della gerarchia sociale che caratterizzavano la vita del paese sullo sfondo delle turbolenze politiche del Messico degli anni ’70» (dalla nota ufficiale).
Lo sguardo dell’uomo-regista è delicato e amorevole verso le donne che compongono questa storia, desiderose di vivere e non meramente di sopravvivere; a differenza dell’uomo che sembra distruggere (ma è meglio vedere il film per cogliere e apprezzare tutte le sfumature di questa dinamica). Potrebbe spaventare la durata (è il suo film più lungo, 135′), ma la storia è talmente ben costruita e così vera nelle intenzioni, che si giunge alla fine senza rendersene conto, come se si fosse percorso un tratto di strada con Cleo, Sofia e gli altri, con una commozione interiore che cresce di fotogramma in fotogramma non facendoci sentire più meri spettatori.
Dopo esser stato presentato in Concorso alla 75esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, Roma sarà disponibile a dicembre in sale selezionate e su Netflix.

Maria Lucia Tangorra

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