Dalle parti di Astrid

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

La doppia vita di Astrid

Tra i nomi da tenere maggiormente in considerazione all’interno del panorama cinematografico underground del nostro paese, v’è senza dubbio quello di Federico Mattioni, giovane cineasta romano, che – con un’importante esperienza nel mondo dei cortometraggi alle spalle – nel 2016 dà finalmente vita alla sua opera prima: Dalle parti di Astrid. Un’opera prima, questa, particolarmente coraggiosa (non solo per il tema trattato) e di grande impatto emotivo, che, pur trattandosi di un esordio, rivela una notevole padronanza del mezzo cinematografico, unita a una buona consapevolezza dal punto di vista artistico. Ma andiamo per gradi.

La pellicola si sviluppa su due piani spazio-temporali, entrambi necessari a raccontarci la storia della diciottenne Astrid (Nika Perrone), del suo ritrovarsi improvvisamente a far parte del mondo degli adulti, del suo allontanamento dalla casa dei genitori e, non per ultimo, del suo (non facile) percorso interiore che la porterà a una nuova scoperta di sé e del proprio posto nel mondo.
Nel mettere in scena ciò, appunto, due livelli spazio temporali: uno riguardante il passato e la sfera onirica, l’altro riguardante prevalentemente il presente e la realtà. E in entrambi c’è lei: una Astrid ora serena ora spaesata, al punto da sentirsi addirittura disperata (particolarmente d’impatto, a tal proposito, il momento in cui il regista, a camera fissa, ci mostra la ragazza in lacrime mentre si accinge a finire il suo panino quasi a fatica). Una Astrid che, spesso e volentieri, ha l’impressione di aver perso tutto, ma che, insperatamente, vede una serie di “aiutanti” venirle incontro quasi esclusivamente con l’intento di regalarle un sorriso. Siano essi un mimo incontrato per strada o un ragazzo appassionato di Keats che decide di sedersi sulla sua stessa panchina nel parco.
E poi c’è lei: la Città Eterna. Una Roma tanto grande quanto affascinante, ma anche tanto, tanto difficile da vivere. La giovane Astrid, una volta allontanatasi da casa, si lancia in una sua esplorazione apparentemente senza una meta finale e, nell’esplorare la città in cui ha da sempre vissuto, ma che in realtà non ha mai davvero conosciuto, esplora anche sé stessa e il suo inquieto mondo interiore.
Una sceneggiatura (realizzata dallo stesso Mattioni) complessa e stratificata, dunque. Malgrado tutto, però – e, soprattutto, malgrado il budget ridotto con cui il presente lavoro è stato realizzato – tale complessità viene ben gestita, senza dar mai l’impressione che si sia voluto strafare, ma, al contrario, mettendo in scena un’interiorità assolutamente non facile da raccontare per immagini.
E proprio le immagini, con la loro fotografia curata fin nel dettaglio, sono il vero punto di forza dell’intero lavoro: se, infatti, le scene in cui viene usato il colore (con una luce volutamente bruciata) stanno a ricordarci Terrence Malick, per quanto riguarda i momenti in bianco e nero (con tanto di scene oniriche e personaggi che sembrano venuti fuori da un libro di favole) non possiamo non pensare a Federico Fellini e a tutto il suo ricco immaginario. Il tutto, ovviamente, va a convergere in un prodotto unico nel suo genere, che ci fa ben sperare in ulteriori belle sorprese da parte di un giovane cineasta che, a quanto pare, ha ancora tanto e tanto da dire e da dirci.

Marina Pavido

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