All These Creatures

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8.0 Awesome
  • voto 8

Per amore di un padre

Coincidenze o no hanno voluto che le Palme d’Oro della 71esima edizione del Festival di Cannes sulla lunga e sulla breve distanza siano andate entrambe a opere che parlano di famiglie disfunzionali, confronti generazionali e della forza dei legami affettivi. Se nel primo caso a conquistare l’ambito riconoscimento è stato Hirokazu Kore-eda con Un affare di famiglia, nel secondo a portare a casa il premio è stato All These Creatures di Charles Williams. Quest’ultimo dopo la vittoria alla kermesse francese ha proseguito il suo fortunato percorso nel circuito festivaliero internazionale sino ad approdare nel concorso cortometraggi del 23° Milano Film Festival, laddove abbiamo potuto apprezzarne in todo la potenza comunicativa che trasuda da ogni singolo fotogramma.
La pellicola del cineasta australiano ci porta al seguito di un adolescente che assiste alla crescita esponenziale della malattia mentale del padre, dovendosi adattare di giorno in giorno al cambiamento di un uomo di cui restano ingannevolmente familiari solo le sembianze fisiche. In un’atmosfera mistica, contornata da antiche leggende africane, la pazzia del padre si consuma trasformandolo in un mostro.
All These Creatures è un coming of age che si muove con delicatezza e sensibilità sul terreno minato del dramma casalingo e del tema della malattia, senza cadere mai nelle sabbie mobili della banalità, della spettacolarizzazione del dolore e del voyeurismo. Per farlo, Williams accarezza e schiaffeggia a fasi alterne le corde emotive dello spettatore di turno, accompagnandolo per mano nell’esistenza del protagonista attraverso i suoi occhi e la sua voce. Sono i suoi flussi mnemonici in voice-over e lo sguardo su ciò che lo circonda a traghettare la timeline sino all’epilogo. E il tutto avviene su due binari paralleli che finiscono per mescolarsi senza soluzione di continuità: da una parte il piano onirico e dall’altro quello reale. Questi si intrecciano nel giardino di una casa dove l’amore di un figlio si logora pian piano tra riti sciamanici e paure, con la mente che per analogie, lampi di lirismo poetico e punteggiatura visiva, torna al Malick dei bei tempi che furono e al folgorante Re della terra selvaggia di Benh Zeitlin.

Francesco Del Grosso

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