Virus Tropical

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7.0 Awesome
  • voto 7

Tropical Malady

Presentato in concorso al Milano Film Festival 2018, Virus Tropical è l’adattamento in cinema d’animazione dell’omonima graphic novel dell’autrice colombiana-ecuadoregna Power Paola, trasportato sullo schermo e reso in immagini in movimento dal videoartista e animatore Santiago Caicedo. Virus Tropical è il racconto autobiografico dell’adolescenza dell’autrice che si snoda tra Quito nell’Equador e Cali in Colombia. Evidente il debito estetico e narrativo, pur nei diversi contesti, da Persepolis di Marjane Satrapi, in un’opera che deve aver presentato analoghe difficoltà di adattamento, da disegni stilizzati e bidimensionali all’immagine in movimento e all’illusione tridimensionale. Per ottenere quest’ultima, Santiago Caicedo usa a volte suggestivi effetti multistrato, soprattutto per rendere le dense e abbarbicate città sudamericane, con una tecnica che potrebbe assomigliare alla multiplane camera di disneyana memoria, a volte più discutibili e artificiosi effetti digitali che simulano i movimenti della macchina da presa, ma che snaturano la concezione bidimensionale di partenza. Caicedo e Power Paola fanno largo uso di bianco e nero molto contrastato, enunciato quasi a manifesto nell’insegna di un autobus “Blanco negro”, preferendolo alle gradazioni di grigi anche se non mancano gli effetti pastello. E in questo modo riescono a restituire paradossalmente un effetto colorato, a rendere un’estetica tropicale di strade affollate costellate di locali e di vegetazione lussureggiante, all’interno di disegni straordinariamente densi, ricchissimi di immagini, dettagli, righe e tratteggi. Ma soprattutto Caicedo e Power Paola usano un effetto di ridisegno interno, di paradossale continuazione all’infinito dell’effetto di animazione, del dare movimento e vita all’inanimato. Dal disegno da regalare al Papa, a quelli infantili della protagonista da piccola che prendono movimento come le sue bambole nella casa di bambole, all’atto continuo di disegnare o colorare, finanche con le macchie di cioccolato di cui si sporcano i bambini o la scarpa che pure si sporca, alle pareti degli interni fittissime di quadri interni, in prevalenza i ritratti religiosi, ma anche quelli della televisione o della lavagna a scuola o del grande murales finale, o di titoli di libri della libreria. Fino ad arrivare al sublime momento di mise en abyme, della bambina che disegna se stessa mentre disegna se stessa in un processo potenzialmente infinito. Tutte possibili digressioni nello sviluppo di nuove immagini e di nuove storie.

L’ho fatto. Ho fatto l’amore per la prima volta” racconta Paola all’amica, dopo che non aveva avuto il coraggio di fare sesso con il suo ragazzo, lasciandolo libero di frequentare altre ragazzine. “E com’è stato?“, chiede l’amica. “È stato strano, ma anche bello. Credo che sia qualcosa che imparerò nel tempo“. Virus Tropical è il delicato racconto femminile, autentico, di un coming of age, il Bildungsroman di un’adolescente. E nella scena della perdita della verginità, su una barca, esibiscono anche l’atto del coito in un momento breve di pornografia. Tutto deve essere vero, fisico, pur all’interno di un contesto estetico come quello che abbiamo descritto sopra. È un affare di donne, di disgregazione famigliare all’interno di una società dove la religione continua a giocare un ruolo opprimente; di personaggi femminili, di un nucleo famigliare, di una madre e tre sorelle, lasciate sole dal padre, un pastore, che si è allontanato per motivi religiosi. E alla scena di sesso di cui sopra si aggiunge quella, altrettanto cruda, degli spermatozoi che fecondano la cellula uovo, generando una nascita impossibile, e anomala. Un virus tropicale, secondo qualcuno, un atto demoniaco, come la polanskiana fecondazione di Rosemary, secondo altri. Nel contesto desolante raccontato nel film, la vita può anche partire da una contaminazione indesiderata.

Giampiero Raganelli

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