Visioni Differenti: speciale Bif&st 2015

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Dikotomiko in giuria al Bifest 2015: Panorama Italiano, sezione Opere Prime e Seconde

Non volevo crederci, qui dentro mi sentivo invincibile, parlavo e profanavo senza posa, giullare da tastiera che non sono altro. Vi meritate Ozpetek, scrivevo. Vi meritate Pif, scrivevo. Vi meritate Winspeare, scrivevo. E quelli lì, zitti zitti, a leggere e ad annotare, impassibili come semafori, serafici come nani da giardino. La trappola era pronta da tempo, io lì, colpevole perché inconsapevole, a ballarci sopra, finché decisi di smettere con il cinema italiano, e in un attimo fu il buio. Fine. Della libertà. Della parola. Del mondo. Fui catturato da un sinistro messaggio di posta elettronica, io nominato giurato per la sezione Panorama Italiano – Opere Prime e Seconde del Bif&st 2015 di Bari, e la tagliola si chiuse sulle mie falangette compulsive: Cura Ludovico. 5 giorni al cinema senza la condizionale, 12 film, italiani, senza via di scampo. Visioni continuative, successive. Non discrezionali. Non alterabili. Alla fine, il confronto obbligatorio coattivo con altri condannati, pure giurati, per la scelta di una migliore regia, italiana, un migliore attore, italiano, una migliore attrice, italiana.
Adesso che è tutto finito, sono tornato tra voi, ma nulla sarà più come prima. Ora adoro il cinema italiano, non ha nulla da invidiare alle altre cinematografie europee, ad Hollywood men che meno. I nostri registi hanno una sensibilità peculiare, sono attenti da sempre alle tematiche sociali ed invitano alla più esuberante delle filantropie. Girano poi con tecnica mirabile, supportati da una nuova genia di  direttori della fotografia estremamente capaci. Non hanno paura di volare alto, hanno chiuso con dio provincia e famiglia e parlano di universo mondo all’universo mondo. Gli attori, che attori! Talenti naturali, maschere comiche e drammatiche, carnalità sprigionata ad ogni fotogramma. L’Italia, il Bel Paese del Cinema!
E’vero.
Non è vero.
Ora vi lascio, ho la vista offuscata, sarà qualche scheggia di Film Commission che mi è esplosa nella testa, però voi leggete queste pagelle che ho preparato per voi, a memoria delle mie prigioni, così saprete cosa mi hanno fatto, e sceglierete da che parte stare.


Index Zero di Lorenzo Sportiello

Un film italiano di fantascienza, questo già è un miracolo, poi è recitato in inglese, girato tra Bulgaria e Inghilterra, con effetti speciali pochi ma buoni, con cura maniacale  dell’inquadratura e del sonoro. Ha già vinto il Meliès d’argento, il maggior premio europeo nello Sci-Fi al Trieste Science Fiction Festival. Il regista è un esordiente: Lorenzo Sportiello, 31 anni. Uno che presenta il film dicendo di aver voluto realizzare un’opera “high concept”, che riprende il passaggio di un blindato della polizia accompagnandolo  con musica tecno a palla,  che gira le scene in un cunicolo sotterraneo manco fosse The Descent, e sul più bello ci va di piano sequenza che è una meraviglia. Nonostante la giovane età, Sportiello è figlio degno degli anni 80, pecca forse di eccessiva sudditanza verso i padri Cuaron e Carpenter, ma ha un occhio promettente ed è coraggioso come tutti i visionari.

Voto: 8


Last Summer di Leonardo Guerra Seràgnoli

Un esordiente che gira un film con un dream team di collaboratori: Milena “trevolteOscar” Canonero ai costumi e in produzione, al montaggio la montatrice di Michael Haneke, Alla sceneggiatura il contributo di Banana Yoshimoto e di Igort,  il sostegno finanziario di Rai Cinema e di Apulia Film Commission. E come protagonista una indiscussa Top Player, Rinko Kikuchi. Leonardo Guerra Seràgnoli  gioca sul velluto con un’opera altmaniana sui ruoli sociali e sul complicato rapporto tra madre e figlio, valendosi di una yacht da nababbo – o da pappone – come splendida location. Lo stile c’è e si vede, il prodotto è internazionale, la pecca è un eccessivo distacco dalle cose e dai corpi raccontati, ma non è detto che sia un difetto.

Voto: 6


La foresta di ghiaccio di Claudio Noce

Opera seconda, anche qui due top player in campo, Ksenia Rappoport ed Emir  “Underground” Kusturica in un noir d’alta montagna, ma se la prima è la metamorfica per eccellenza, piacevole agli occhi ed al cervello, il secondo nelle vesti da attore ha la levità di un plantigrado imbolsito. Film di neve e di montagna, sostenuto palesemente dalla Trentino Film Commission, soffre a causa di una sceneggiatura di cristallo sbrecciato in vari punti, raffazzonata da un montaggio che grida vendetta. Noce ha dichiarato le difficoltà incontrate nell’incanalare la storia sui meccanismi del genere, e il suo sforzo di bilanciare il messaggio sociale e la visione personale è palese, anche se l’esito non è dei migliori.

Voto: 5


Vergine Giurata di Laura Bispuri

La gigantesca Rohrwacher nelle vesti di una minuscola pastorella albanese, zitella androginizzata per forza o costrizione sociale, in un film che parla della difficoltà di essere donna ovunque nel mondo, e della sessualità come via per l’autocoscienza e l’espressione del sé. Come spesso accade a certo cinema italiano volenteroso ma scolastico, il messaggio sotteso finisce col divorare la visione ed il senso dell’opera, piace ma si perde nel mare magnum dei film dimenticabili. Laura Bispuri ha le corde per perturbare il suo pubblico, dovrebbe evitare di rifugiarsi in personaggi bidimensionali e soprattutto liberarsi dalla sindrome italica del metaforone, che nella fattispecie vede il nuoto sincronizzato come simbolo di liberazione del corpo.

Voto: 6 (politico)


Noi 4 di Francesco Bruni

Francesco Bruni, dopo aver infinitamente sceneggiato per Virzì, spezza le catene e balla da solo, ma più che un film in stile Ovosodo, realizza una puntata de I Cesaroni. Romano autoreferenziale, racconta la famiglia de Roma in versione 2.0, mamma in carriera, papà sfaccendato, figlia frikkettona e figlio bravo bravo, in giro per la solita Capitale – Colosseo, Isola Tiberina, Stazione Termini –  nel giorno degli esami di scuola media del piccolo. Luoghi comuni e risate facili in una sceneggiatura che dopo 40 minuti ha già il fiato cortissimo, un prodotto televisivo e nulla più. Spiccano Fabrizio Gifuni, strepitoso anche come attore comico, e l’ubiqua  Ksenia Rappoport, in un ruolo che è stato di Laura Morante in millanta film analoghi.

Voto: 4,5


Le Meraviglie di Alice Rohrwacher

Il film che Pupi Avati avrebbe voluto fare, senza mai riuscirci. Entusiasmo puro per la scoperta di una grandissima regista e di un’opera che merita tutti i premi che ha già avuto, e mille altri ancora. La storia tragicomica di una famiglia di apicultori della Maremma e di 4 piccole donne, che diventa mezzo  per un viaggio surreale nella memoria, con punte apicali di delirio visionario. Dentro il film, tante eco: Fellini, ma anche Little Miss Sunshine, Matteo Garrone ma anche Xavier Dolan. Alice Rorhwacher si permette il pop in funzione sovversiva, cala Non è la Rai in un antro etrusco, adopera Monica Bellucci (qui all’apice della sua autoironia) come icona profanata. Uno dei capolavori mondiali del 2014, immenso. Memorabile. Essenziale, anche.

Voto: 8


Più buio di mezzanotte di Sebastiano Riso

Ovvero, dell’infinita difficoltà di essere adolescenti omosessuali, nell’oggi, a Catania. Valendosi del volto e del corpo del giovanissimo Davide Capone, Risio mette in scena il già visto: la famiglia come ambiente di amore e incomunicabilità, il mondo degli adulti che dilania l’innocenza dei più giovani, la condanna sociale e la ricerca di una via di fuga, che sia la (solita) canzone della Rettore o un ferro nella giugulare non importa. Il tema è di sicuro impatto,  il viaggio nell’underground della prostituzione minorile parte bene, tra Almodovar e Pasolini, poi però diventa tutto più buio di mezzanotte, la vera violenza resta fuori campo, per pudore forse, o per mancanza di coraggio.

Voto: 6,5


Noi siamo Francesco di Guendalina Zampagni

Da una sceneggiatura Premio Solinas 2010, una commedia politicamente scorretta che batte su un tema molto attuale, la sessualità piena vissuta dai diversamente abili, su cui l’hollywoodiano  The Session (2012) si era già espresso mirabilmente. Storia ambientata in una Bari immaginaria, includente  scorci di Monopoli Conversano e Polignano per esigenze di Film Commission. Racconta di esperienze sessuali, di giovinezza, di amicizia, delle complicate traiettorie di un rapporto madre –figlio. Roversi sembra guardare a certi dialoghi della Bromance Comedy dei fratelli Apatow – esilaranti i dialoghi su sesso e deiezioni – e lambisce i territori del proibito in una scena che allude al group sex. Peccato non creda fino in fondo alla forza sovversiva del suo script.

Voto: 6


Senza nessuna pietà di Michele Alhaique

Il corpo ed il sangue di Pierfrancesco Favino, pasciuto come un vitello per l’occasione, in un film nerissimo e disperante. Tutti girano intorno alla rivelazione Greta Scarano, mix tra Martina Stella e l’ultima Cenerentola, che loliteggia e svolazza  e si brucia tra boss e usurai nell’inconsapevole ricerca di un angelo vendicatore. Come il Jean Reno di Leon, Favino percorre cristianamente  tutte le tappe del martirio, non c’è redenzione, né salvezza, e i suoi rantoli e le sue ferite diventano anche le nostre. Alhaique è duro ed efficace, perde in concretezza nel delineare i personaggi di contorno, ridotti spesso a macchiette o a stereotipi, ma questo è un Favino-one-man-show, e ci può stare.

Voto: 6,5


Perez di Edoardo De Angelis

Ci sono Luca Zingaretti e Marco D’Amore, quanto di meglio l’Italia esprima oggi in termine di calvizie seduttiva e alopecia attoriale. Luca e Marco. Cranio contro cranio. In un film di un regista nuovo. Kusturica dice di lui che è un talento speciale, visionario persino. Attorno a Perez, in una Napoli decontestualizzata, ed al punto suo satellite ruota un sistema di personaggi concreti, non pupazzi, il che è mirabile: spicca la bella e brava brava e bella Simona Tabasco. Abbiamo quindi la visione di un film imperfetto ma multiforme, thriller filosofico che diventa commedia nera che diventa action and revenge che diventa romanzo di (de)formazione. Il punto di vista di De Angelis funziona, insolito e virtuoso.

Voto: 7


La settima onda di Massimo Bonetti

Il film che ci riporta all’età più buia del cinema italiano: senza forma, senza contenuti, aggravato per di più da una recitazione indolente e da imperfezioni tecniche grossolane. Bonetti, all’opera seconda registica dopo una vita da (attore) mediano, gioca impunemente a fare il Matarazzo e ci presenta un pescatore sfigato, che abita in una Taranto irriconoscibile perché le location sono varie e assolutamente eterogenee tra loro, che vive di miseria e amore per il cinema di Bergman e Rossellini (Stragulp !), che ci tedia nei suoi rapporti di cartapesta con la moglie, Valeria statuadisale Solarino, e il Maestro, Alessandro santuomo Haber.

Voto: 3


Fino a qui tutto bene di Roan Johnson

Sala stracolma e grande fomento giovanile per il piccolo film sul gruppo di fuorisede pisani, che si sta facendo largo grazie al passaparola ed ai giudizi positivi di alcuni critici illuminati (Marco Giusti). Roan Johnson non è Pieraccioni e immette nel già visto la sua linfa nuova, fatta di linguaggio youpornizzato, riflessioni su amore e amicizia e la difficoltà di crescere come difficoltà di liberarsi dai sensi di colpa, aggiungendo una componente antifascista che non guasta mai. Non cambierà la storia del cinema italiano, ma sa parlare al suo pubblico, e non è poco.

Voto: 6,5

 Dikotomiko

https://dikotomiko.wordpress.com/

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