Le meraviglie

0
7.0 Awesome
  • voto 7

Il dolce e l’amaro

Con Corpo celeste aveva già provato l’ebbrezza di una partecipazione a Cannes ben figurando alla Quinzaine des rèalisateurs del 2011, ma stavolta Alice Rohrwacher alla prestigiosa kermesse francese ha avuto la possibilità di entrare direttamente dalla porta principale con Le meraviglie, scelto per inseguire il sogno dell’ambita Palma d’Oro nel concorso della 67esima edizione per poi portare a casa il premio per la regia. Sull’onda di quel prestigioso riconoscimento, a un anno dall’uscita nelle sale nostrane con BIM, l’opera seconda della regista toscana approda ora sugli schermi del Bif&St.
Dall’entroterra calabro, la Rohrwacher sposta l’azione nel grossetano per mettere in quadro una commedia agrodolce che ha nel dna alcuni temi e stilemi già presenti nella pellicola d’esordio. Ne Le meraviglie ritroviamo una storia fatta di umili in un contesto rurale, dove le umanità si incontrano e scontrano quotidianamente con il contesto e le sue dinamiche sociali, antropologiche, economiche, folcloristiche e religiose. Un “magma”, questo, che stende una ragnatela invisibile percorsa da riflessioni, istinti, personaggi e situazioni che sono alla mercé dell’imprevisto, esattamente come accade nella vita di tutti i giorni. Il tutto all’interno di un microcosmo domestico che ancora una volta rappresenta di fatto il baricentro drammaturgico di un racconto che, al di sotto di una superficie solo apparentemente minimalista, cova e matura stratificazioni tematiche e sottotracce narrative che lo alimentano: dalla famiglia stessa ai “meccanismi” e alle dipendenze affettive che la regolano, passando per il rapporto generazionale e quello con l’altro. Forse per questo a caldo sembra di trovarsi al cospetto di una vicenda che non racconta nulla, quando al contrario ha moltissimo da dire e da raccontare a coloro che sono capaci di leggere nelle righe, nelle inquadrature e nelle parole.
Quella della famiglia protagonista è la storia di un equilibrio che si spezza per l’entrata in scena dell’apparenza, della notorietà e della logica del profitto. Il duro lavoro nei campi e la sapiente lavorazione del miele passa in secondo piano quando il “circo” della televisione arriva a destabilizzare il nutrito nucleo familiare, dove a un patriarca duro ma capace di slanci affettivi fa da contrappunto una folta schiera di donne di età diversa. A differenza di Corpo celeste, qui è la coralità a scandire i modi e i tempi del racconto, mentre di uguale ci sono il ruolo e il peso sostanziali che la presenza femminile dona al plot. Nelle quattro sorelle capeggiate da Gelsomina c’è un po’ della Marta, la bravissima tredicenne protagonista dell’opera prima della Rohrwacher. Quest’ultima si affida nuovamente a giovanissime e straordinarie interpreti che fanno della naturalezza e della spontaneità nella recitazione il motore portante della pellicola. A queste si affiancano le performance di attrici più esperte come quelle della sorella Alba Rohrwacher e di Monica Bellucci, rispettivamente nei ruoli della madre e della presentatrice Milly Catena, in un mix perfetto di freschezza e maturità. Alla buona direzione del cast, la regista toscana affianca una guida tecnica assolutamente funzionale, con una macchina “sporca” a mano che pedina, indugia sui volti scrutando le emozioni e osserva da lontano il girovagare dei corpi nella natura e tra le quattro mura della casa e del laboratorio per la lavorazione del miele.
Dunque, un filo rosso solido e riconoscibile quello che caratterizza il lavoro di scrittura e dietro la macchina da presa della cineasta di Fiesole che dà voce e immagine a un modo di fare e concepire la Settima Arte molto personale. Un cinema che non ha bisogno di fragore, fatto di storie che ricordano e rievocano quelle proposte da Olmi prima e da Diritti dopo, nelle quali il silenzio, i gesti e gli sguardi acquistano un potere e un valore intrinseco di poesia e semplicità.

Francesco Del Grosso

Leave A Reply

12 + 18 =