Dalla parte dei Vietcong
Il Sud Vietnam noi vogliamo liberar
e cacciar via gli aggressori american
non più massacri, bombe al napalm
la pace un giorno tornerà.
Noi spalla a spalla lottiamo uniti
sotto una sola grande bandiera
per far libero il Vietnam.
Avanti popolo del Sud
insorgi al fianco dei Vietcong
con le armi in mano
avanti andiam
la nostra terra a liberar
la nuova vita nascerà
il sole sorge sul Vietnam
“Liberiamo il sud Vietnam” (1972) del Canzoniere delle Lame.
Personalmente ci fa sempre molto piacere quando il pubblico del Far East Film Festival, specie quello più giovane, si emoziona di fronte a pellicole che raccontano in modo maturo e comunque appassionante importanti pagine di Storia, inerenti talora proprio alla storia militare. Fu questo il caso di The Eternal Zero dell’ottimo Takashi Yamazaki, che vinse un’edizione del festival puntando i riflettori, anche problematicamente, sulle azioni suicide dei kamikaze durante la Seconda Guerra Mondiale e su come possano essere viste, oggi, dalle nuove generazioni.
Non meno entusiasmo vi è stato, anche da parte nostra, al termine del Far East Film Festival 2026 quando il prestigioso Mulberry Award for Best Screenplay è andato a Tunnels: Sun in the Dark del vietnamita Bui Thac Chuyen, classificatosi inoltre terzo nel premio del pubblico (Mulberry Audience Award) a pari merito con altri tre lungometraggi: Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert di Yuen Woo-ping; My Name di Chung Ji-young e The King’s Warden di Chang Hang-jun.
La Guerra del Vietnam ha ispirato in campo statunitense non pochi capolavori: da Full Metal Jacket ad Apocalypse Now, da Il cacciatore fino al magari più ruvido e roboante, ma a suo modo schietto, Rambo II – La vendetta. Per quanto sporadici tentativi vi siano già stati, in Asia, mancava però un controcampo degno. Ovvero, un film che alla maniera del dittico Flags of Our Fathers / Lettere da Iwo Jima del probo Clint Eastwood (altresì focalizzato sugli scontri tra americani e giapponesi nel Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale) provasse a raccontare il sanguinoso conflitto nel sud-est asiatico dall’altro punto di vista, quello vietnamita. Con Tunnels: Sun in the Dark non soltanto tale vuoto è stato colmato, ma lo si è fatto attraverso un’opera cinematografica originale nello spunto di partenza, potente nella messa in scena, avvincente sul piano narrativo e dotata di una sua etica nel presentare i diversi protagonisti dell’evento bellico. A partire naturalmente dai Vietcong.
Abituati noialtri a vedere rappresentata tale guerra sul grande schermo prevalentemente attraverso i bombardamenti a tappeto degli americani o tramite le imboscate subite dagli stessi, nella giungla, da parte di chi difendeva disperatamente la propria terra, in Tunnels: Sun in the Dark abbiamo potuto infine confrontarci con uno scenario per molti aspetti inedito: ovvero la rete di gallerie sotterranee con cui i Vietcong, pur sotto pressione, riuscirono a tenere in scacco i militari statunitensi e a contenere la loro presenza, con rapide azioni di “guerrilla”, in settori del fronte il cui presidio era ritenuto fondamentale. “Diverso da qualsiasi altra cosa”, come si è detto anche della straniante colonna sonora di Clovis Schnaider (il quale per creare tensione si è avvalso sia di strumenti tradizionali come il dan tranh o cetra vietnamita, sia di chitarre dalle corde pizzicate con un archetto e non con la mano), il film su cui Bui Thac Chuyen esercita un controllo registico pressoché assoluto e comunque mai troppo algido, neutro, rievoca per l’appunto l’Operazione Cedar Falls del 1967, allorché gli americani e i loro alleati sudvietnamiti tentarono di forzare con tutti i mezzi possibili quel sistema difensivo ribattezzato “Triangolo di Ferro”, fallendo nell’impresa nonostante lo spaventoso volume di fuoco schierato.
Il cineasta vietnamita è davvero abile nell’adoperare un doppio registro, cioè nel girare in modo sempre dinamico e sorprendente le azioni belliche, mantenendo al contempo vivo l’interesse del pubblico per il destino dei personaggi coinvolti, siano essi il leader naturale Bay Theo, il geniale fabbricante di esplosivi Tu Dap o alcune eroiche, integerrime guerrigliere vietnamite.
Tra tunnel allagati, nemici disposti a stanarli coi lanciafiamme e rapidi conflitti a fuoco la loro vita è in costante pericolo, ma li vediamo lottare fianco a fianco senza mai perdersi d’animo. Fascino cupo e che genera una certa soggezione è poi quello emanato dal set, laddove tutto è orchestrato a strati, con gli Yankee che dominano la superficie e le forze nordvietnamite ben organizzate nelle gallerie, a diversi livelli di profondità.
Chi scrive ebbe un’esperienza altrettanto emozionante e impressionante, diversi anni fa, vistando da turista le Catacombe di Odessa ossia la rete sotterranea più grande del mondo, parimenti utilizzata dalla resistenza sovietica, con successo, per creare difficoltà agli eserciti dell’Asse, che avevano occupato l’intera regione senza mai riuscire però a penetrare nel sottosuolo, in quel sistema di gallerie così ben difeso.
Ultima chicca, Tunnels: Sun in the Dark lascia a bocca aperta – specie se si ama la Storia – anche sui titoli di coda, giacché dopo l’adrenalinica opera di finzione sono alcuni spezzoni documentaristici a farsi apprezzare: le interviste ai Vietcong ormai anziani che sopravvissero alla battaglia, qualche grafico e diorama volto a spiegare la struttura delle fortificazioni e dei tunnel, più altri materiali d’archivio non meno interessanti.
Stefano Coccia









