Perez

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

L’avvocato del diavolo

Qualche cinefilo ricorderà più o meno vagamente l’ultima prova dietro la macchina da presa di Pasquale Squitieri, quel L’avvocato De Gregorio che undici anni or sono portava sul grande schermo, tra molti bassi e pochi alti, le vicissitudini partenopee di un vecchio avvocato che, dopo essere stato radiato, da trent’anni si tiene a galla come un rottame alla deriva, vagando tra i vicoli e barcamenandosi nella quotidianità di una città dimenticata da Dio. L’incontro con la popolana Nunziatina, madre di due bambini, costretta a battere dopo la morte del marito operaio in un incidente di lavoro, lo catapulta in un’indagine legata a persone potenti, che si tramuta in un’occasione di riscatto. L’allora protagonista era un Giorgio Albertazzi in stato di grazia, capace con il suo inconfondibile istrionismo scenico di offrire allo spettatore un’interpretazione di grande efficacia, con la quale rispolverò la gonfia eloquenza forense del tempo che fu e permise al film di non sprofondare sotto il peso della macchinosa magniloquenza didattica che caratterizzava la sceneggiatura.
Oggi, dopo avere visto un film come Perez, la mente per qualche strano meccanismo di libera associazione torna proprio alla pellicola del 2003 firmata dal regista napoletano. Nonostante le sostanziali differenze, soprattutto per quanto riguardo le ambientazioni e ovviamente le dinamiche che animano il plot, l’opera seconda di Edoardo De Angelis, che segue l’altalenante Mozzarella Stories, si presenta alla platea di turno con qualche ingrediente in comune e con i medesimi punti deboli che di fatto finiscono con il diventare un tallone d’Achille, con il quale giocoforza fare i conti. La storia dell’avvocato Perez per certi versi ci ricorda, pur seguendo altre traiettorie, quella di De Gregorio. Il personaggio interpretato in maniera intensa e coinvolgente da Luca Zingaretti si agita come un animale chiuso in una gabbia di ferro, acciaio e vetro, per provare a sopravvivere e a salvare la vita all’unico affetto che gli è rimasto, ossia la figlia Tea, che nel frattempo ha deciso di fidanzarsi con il figlio di un noto camorrista. Per vivere ha deciso di seguire in qualità di legale tutta quella feccia criminale che nessuno vuole difendere e ciò lo porta a confrontarsi con figure poco raccomandabili. Tentare di liberare la figlia dalla pericolosa presenza dell’attuale compagno, lo porterà a divincolarsi tra doppi e tripli giochi, innescando un vero e proprio percorso di riscatto e alla stesso tempo di redenzione.
Se da una parte, la scelta di dipanare la trama in una location insolita per un mafia movie come il Centro Direzionale di Napoli progettato dal giapponese Kenzo Tange nel quartiere di Poggioreale (fatta eccezione per una parentesi in quel di Castel Volturno e per la pineta dell’epilogo), dona una veste apprezzabile alla messa in scena e alla messa in quadro (la regia è scissa tra soluzioni estetico-formali di indubbia qualità stilistica e altre di stucchevole manierismo), dall’altra il racconto subisce una serie di brusche frenate che si ripercuotono negativamente sulla sceneggiatura nella sua interezza, dando ad essa una discontinuità in termini di solidità strutturale dell’architettura drammaturgica e di scorrevolezza della narrazione. Lo script presenta, infatti, pause e riflessioni, ma anche una serie di futili digressioni, che a lungo andare spezzano il ritmo, interrompono maldestramente l’accumulo di tensione, destabilizzano gli equilibri in campo e mettono in discussione persino la credibilità di quanto raccontato (vedere ad esempio la scena dell’estrazione chirurgica dei diamanti dal toro). La scialuppa di salvataggio, così come avvenuto nel film di Squitieri, è la performance davanti alla cinepresa dell’attore che veste i panni del protagonista, quest’ultimo disegnato in maniera stereoscopica attraverso la costruzione di un profilo ambiguo e ricco di sfumature. L’universo umano che lo circonda è delineato con la medesima attenzione e cura, anche rispetto alla volontà di tenerlo lontano dagli stereotipi del genere al quale appartiene. Una volontà, questa, che si scontra però con l’incoerenza di affidare le restanti parti ai soliti volti (fatta eccezione per il ruolo di Tea per la quale è stata scelta Simona Tabasco) che popolano da qualche anno il mafia movie, a cominciare da Marco D’Amore per finire con Massimiliano Gallo.

Francesco Del Grosso

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