Torino Gay & Lesbian Film Festival 2016: presentazione

0

Splende l’arcobaleno sulla Mole

Toccherà a Stonewall di Roland Emmerich e Baby Steps di Barney Cheng il compito di aprire e chiudere la 31esima edizione del Torino Gay & Lesbian Film Festival, in scena dal 4 al 9 maggio 2016 presso la Multisala Cinema Massimo. L’apprezzata kermesse piemontese diretta da Giovanni Minerba, consolidatosi negli anni come un punto di riferimento irrinunciabile per il panorama cinematografico nazionale e internazionale, alza e chiude il sipario con due pellicole molto attese, firmate da registi di grande richiamo. Da una parte il cineasta tedesco, ormai votato alla causa a stelle e strisce, non ha bisogno di particolari presentazioni, ma sorprende il fatto di vederlo confrontarsi con una storia come quella al centro della sua ultima fatica dietro la macchina da presa, poiché molto distante da ciò che ci ha abituato a vedere in passato con disaster movie pre e post apocalittici come Independence Day, 2012 o The Day After Tomorrow. Nelle sale nostrane dal 5 maggio con Adler Entertainment, la pellicola interpretata da Jeremy Irvine, Jonathan Rhys Meyers e Vladimir Alexis, ci porta al seguito di Danny Winters, cacciato di casa perché gay, che si trasferisce a New York nel 1969 ed entra in contatto con la nascente scena LGBT del Greenwich Village. Non è da meno Barney Cheng, che dopo una serie di pluri-premiati cortometraggi, si misura con la lunga distanza sotto l’ala protettrice di Li-Kong Hsu, straconosciuto dagli addetti ai lavori per essere lo storico produttore di Ang Lee. Non è un caso, infatti, che la sua opera prima sia un’intensa dramedy che rimanda intenzionalmente a Il banchetto di nozze, modellata però su problematiche e tematiche fortemente attuali come la maternità surrogata.

Ad animare la sei giorni torinese non ci saranno soltanto i film di Emmerich e Cheng. Questi rappresentano, infatti, solo gli estremi di un programma davvero ricco di appuntamenti e di visioni, che Cineclandestino seguirà per voi sul campo con una serie di recensioni. Il cartellone del TGLFF 2016 può contare su numeri di grande rispetto, a cominciare da quello complessivo dei titoli selezionati: 84 per la precisione, tra lungometraggi, cortometraggi e documentari (di cui 54 anteprime italiane, 2 europee e 9 mondiali), provenienti dalle diverse latitudini (tra cui Iraq, Vietnam, Taiwan e Cuba) e rappresentativi della pluralità di voci proprie del cinema LGBT. Le tematiche dei film spazieranno dalla religione ai rapporti affettivi e sessuali, dal bullismo ai rapporti familiari. Dunque, non esiste un vero e proprio filo rosso che le congiunge se non il contesto festivaliero che le accoglie, quello di una manifestazione che, a differenza di quello che certe mentalità bigotte e ignoranti potrebbero erroneamente pensare, non si chiude in se stessa, ma si apre a 360° alle platee più disparate, nessuna esclusa. E questo è un elemento che andrebbe messo in evidenza. Vedi ad esempio la presenza tra le varie sezioni competitive e non di una bellissima iniziativa denominata “Cinema con bebè”, organizzata in collaborazione con Giovani Genitori e Famiglie Arcobaleno. La mattina di domenica 8 maggio verrà proiettato il bel film d’animazione Il viaggio di Arlo di Peter Sohn, con una formula su misura per i più piccoli e per i loro genitori: volume ridotto, luci soffuse, fasciatoio, merenda, scalda biberon e passeggino parking. Il tutto in controtendenza con un diffuso e assurdo modo di pensare che considera i bambini e il mondo LGBT due mondi distanti e inconciliabili. In quest’ottica si muove il festival, con una programmazione  che ogni anno viene pensata dai suoi organizzatori per poter abbracciare un pubblico il più vasto ed eterogeneo possibile. Ma questa idea di offerta non resta tale, ma trova, come abbiamo avuto modo di sottolineare in precedenza, una sua concretezza in eventi tangibili e non solo, come spesso accade, nei discorsi istituzionali di rito che figurano nelle prime pagine dei cataloghi o nei comunicati stampa. Al TGLFF si fa sul serio e il programma che andremo qui di seguito a illustrarvi in maniera sintetica ne è la dimostrazione.

Detto dell’apertura e della chiusura in grande stile, non è da meno la restante fetta di palinsesto, divisa a sua volta in sezioni competitive e non. Apriamo la carrellata su quelle che vanno a comporre la 31esima edizione con il concorso lungometraggi. La giuria composta dal direttore della sezione Panorama della Berlinale, Wieland Speck, dalla cantante Paola Turci e dall’attore Alessandro Borghi, dovrà attribuire i vari riconoscimenti, scegliendo in una rosa di nove opere di alto profilo tra cui: il melò australiano Holding the Man di Neil Armfield, l’appassionato inno alla pansessualità e all’edonismo made in Hong Kong dell’acclamato cineasta asiatico Scud battezzato Utopias (Tung lau hap woo), il candidato all’Oscar irlandese Viva di Paddy Breathnach e l’elegante melodramma sentimentale a stelle e strisce firmato dall’esordiente Joey Kuhn dal titolo Those People. Competitiva è anche la sezione dedicata ai cortometraggi, con ben venti shorts in gara: dallo sci-fi canadese The Future Perfect di Nick Citton al dramma statunitense Trigger di Chris Folkens, passando per la ricerca d’identità raccontata dallo spagnolo Ian Garrido Lòpez in Victor XX e il viaggio nell’orrore raccontato dall’italiano Nicola Ragone nello straziante Sk-Sonderkommando. Così come competitiva è pure la selezione dei sette lungometraggi che concorrono al Premio Queer. Tra questi troviamo l’horror coming of age Closet Monster del canadese Stephen Dunn, il vampyr movie transgender Girls Lost (Pojkarna) della svedese Alexandra-Therese Keining, oltre al tenero romanzo di formazione Califòrnia della brasiliana Marina Person.  Da non perdere neppure le tante proposte che arrivano dal fuori concorso, in particolare consigliamo caldamente alcune autentiche chicche presenti nella sezione Extra, a cominciare dallo scioccante documentario britannico Chemsex di William Fairman e Max Gogarty, nel quale si intrecciano sedici storie legate a una pratica divenuta emergenza nella comunità gay londinese e non solo: il chemsex appunto, una combinazione di sesso e droghe sintetiche, usate per far cadere le inibizioni in un contesto sessuale estremo. Per chiudere in bellezza con un altro interessantissimo documentario fresco vincitore ai Teddy Awards dell’ultima Berlinale, ossia Kiki di Sara Jordenö, sull’omonimo movimento di arti performative newyorchese afroamericano.

Non mancheranno gli omaggi a importanti personalità artistiche e culturali, scomparse negli ultimi mesi, lasciando una grandissima eredità e un vuoto incolmabile. Fra questi, durante il 31° TGLFF saranno ricordati: Gianni Rondolino, con la proiezione di Un chant d’amour di Jean Genet, opera da cui rimase impressionato dopo averla vista al 7° TGLFF; David Bowie, del quale sarà ripercorsa la vita artistica con una selezione dei suoi videoclip più significativi curata in collaborazione con il festival SeeYouSound, e Ettore Scola, con Una giornata particolare  nella versione restaurata dalla CSC-Cineteca Nazionale presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata di Bologna (con la supervisione di Luciano Tovoli). Insomma, ce n’è per tutti i gusti e per tutti i palati, anche per quelli più esigenti.

Francesco Del Grosso

Riepilogo recensioni per sezione del Torino Gay & Lesbian Film Festival 2016

Premio Queer

Closet Monster di Stephen Dunn

Barash di Michal Vinik

Concorso lungometraggi

Théo et Hugo dans le même bateau di Olivier Ducastel e Jacques Martineau

Extra

Angry Indian Goddesses di Pan Nalin

The Girl King di Mika Kaurismäki

Il viaggio di Arlo di Peter Sohn

Kiki Sara Jordenö

Extra – Eventi speciali

Né Giulietta né Romeo di Veronica Pivetti

Stonewall di Roland Emmerich

KM 0: gli italiani

La donna pipistrello di Matteo Tortora e Francesco Belais

Leave A Reply

due + diciannove =