Captain America: Civil War

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7.0 Awesome
  • voto 7

Il volto umano dei Super-Eroi

Avessero voluto scimmiottare la concorrenza, quelli della Marvel avrebbero potuto tranquillamente intitolare questo Captain America: Civil War come Captain America versus Iron Man o roba del genere. Non l’hanno fatto e la cosa torna tutta a loro merito. Anche perché il loro film è di gran lunga superiore al famigerato Batman v Superman: Dawn of Justice griffato Zack Snyder. In questo caso, in cabina di regia ci sono i fratelli Anthony e Joe Russo – e soprattutto non è presente il truce David S. Goyer in sede di sceneggiatura – già autori di un secondo capitolo della saga eccellente per ricchezza di sottotesti politici come Captain America: The Winter Soldier. Anche in questa loro ultima fatica non si scherza affatto, in quanto a sottile lettura socio-politica, visto che il “nemico” invisibile prontissimo a dividere il blocco altrimenti compatto degli Avengers è definibile proprio sotto le spoglie di quella degenerata burocrazia di potere capace di mettere in discussione qualsiasi senso etico del singolo individuo. Ed è proprio questo il metaforico terreno dove si combatte la battaglia morale di un film che sarà anche – e non sussistevano dubbi in proposito – baracconesco divertimento per teen-ager, ma che possiede pure ben altre frecce al proprio arco. Ad esempio quella di posizionare l’imprenditore capitalista Tony Stark alias Iron Man perfettamente a ridosso di quel potere ottuso che mette in discussione l’attività della squadra a seguito di un incidente con vittime collaterali avvenuto a Lagos in Nigeria nel prologo del film. E questa sorta di svelamento definitivo della natura “conservatrice” di Stark/Iron Man, opposta alla rettitudine ad oltranza di Steve Rogers/Captain America, conferisce all’ultimo lavoro dei fratelli Russo un peso drammaturgico tutt’altro che indifferente. Da sommare alla perfezione – e senza che i fattori si elidano minimamente l’un l’altro – alla componente ludica, la quale però si rivela assolutamente non innocua, conferendo caratteristiche ben precise ai tantissimi supereroi che compaiono in Captain America: Civil War. Tipo il fatto che la parte femminile del team si rivela sin da subito assai più potente ed intelligente di una controparte maschile sovente destinata ad affidarsi alla salvifica azione delle super eroine muliebri.
E infatti l’altro punto da esaminare con attenzione, dal punto di vista critico ma anche del semplice appassionato, è il fatto ormai assodato di come ogni nuovo lungometraggio sfornato dalla Marvel Studios si stia trasformando in un imperdibile happening dal gusto quasi “andywahroliano”. Perché dimostra appieno la bontà dell’equazione, affatto scontata, tanti superpoteri uguale tanto divertimento. Specie se ordinato in uno script complesso ma che scorre fluidamente nella fruizione dello spettatore. Magari in Captain America: Civil War c’è sicuramente una mezz’ora di troppo ed alcune situazioni narrative vengono forzate anche oltre i limiti della logica, ben al di là di quella sospensione di incredulità che in questi casi bisogna dare giocoforza per scontata. Tuttavia il lungometraggio dei Russo brothers mette di fronte al suo pubblico un inoppugnabile dato di fatto: ogni essere umano, uomo o superuomo che sia, deve sempre essere messo di fronte alla responsabilità delle proprie azioni. Pagandone un prezzo – come capita ad esempio alla splendida Scarlet Witch interpretata dall’ottima Elizabeth Olsen, involontaria fautrice dell’incidente accaduto nel prologo – anche alto, se necessario. Ma sempre mantenendo elevato il grado di dignità che gli deve appartenere. A maggior ragione quando si riconoscono gli errori commessi. Anche per tutto ciò la dichiarazione di intenti di Captain America (personificato al meglio ancora da Chris Evans, che trova in Robert Downey Jr,/Iron Man un perfetto contraltare), usata a mo’ di epilogo nell’economia del film, colpisce nel profondo, ammettendo essa la fallibilità del supereroe e mettendone così a nudo il volto umano.
Non volevamo tutti (anche) questo, da un blockbuster destinato ai consueti incassi stratosferici?

Daniele De Angelis

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