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The King’s Warden

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VOTO: 8

Il re in esilio e il capovillaggio 

Ripercorrendo il palmares del Far East Film Festival 2026, almeno due dati saltano all’occhio: la frequenza con cui compaiono film realizzati in Corea del Sud, ed un ritrovato interesse del pubblico per il period drama, ovvero per quei film in costume imperniati magari su un susseguirsi di aspre battaglie, duelli mortali e intrighi di corte. Vi è un titolo che racchiude in sé tutto ciò che si è detto: The King’s Warden del coreano Chang Hang-jun.
Lo abbiamo visto aggiudicarsi con una media voto altissima il Crystal Mulberry – Audience Mulberry Awards, terzo piazzamento nel premio del pubblico assegnato ogni anno al festival friulano, a pari merito qui con altre tre opere e cioè con My Name dell’altro cineasta coreano Chung Ji-young, con Tunnels: Sun in the Dark del vietnamita Bui Thac Chuyen e soprattutto con Blades of the Guardians di Yuen Woo-ping (Hong Kong/China), affine a The King’s Warden in quanto dramma storico girato ugualmente in costume e con modalità rappresentative tipiche del Wuxia.

Al pari di successi più o meno recenti come King and the Clown (2005) e Masquerade (2012), anche per The King’s Warden l’ispirazione è arrivata dagli Annali della dinastia Joseon, antico testo in realtà assai scarno che regista e sceneggiatori si sono divertiti a romanzare inserendo contrasti più forti tra i personaggi e scene adrenaliniche, per quanto girate sempre con una certa eleganza. Gli eventi si collocano nel 1457. L’antefatto è rappresentato dalla spietatezza e dalla ferocia con cui l’ennesimo usurpatore del trono coreano, dopo aver spodestato il giovane re Danjong (impersonato qui da un cantante, Park Ji-hoon, molto popolare tra le nuove generazioni), comincia ad eliminare fisicamente e con metodi a volte davvero crudeli tutti i potenziali oppositori, spedendo anche l’ex sovrano in esilio. Luogo del “confino” è invero uno sperduto villaggio dove si campa a fatica, ma che per l’impegno del capovillaggio (un incontenibile Yoo Hai-jin) punta a risollevarsi proprio grazie alle derrate di cibo e agli altri aiuti che di solito accompagnano l’arrivo coatto di dignitari in disgrazia. Il nuovo recluso è comunque un ospite di riguardo, controllato a vista dalle autorità, la cui permanenza potrebbe creare seri rischi per i locali sul piano politico e di un’eventuale repressione militare. Tant’è i problemi non tarderanno ad arrivare…

Divenuto in patria, oltre le più rosee aspettative e perlopiù grazie a una reazione più positiva del previsto da parte del pubblico, che ha dato vita a un efficacissimo passaparola, campione di incassi, il film dell’esperto Chang Hang-jun appassiona ciascun spettatore dall’inizio alla fine mescolando con grazia momenti drammatici, scenette comiche, brevi ma incisivi combattimenti (con tanto di sfida alla tigre che terrorizza la regione) e soluzioni decisamente pulp.
Più che altro è l’alchimia creatasi in scena tra il vulcanico Yoo Hai-jin e un Park Ji-hoon dall’aria fiera, seppur malinconica, a generare empatia, clonando in parte nella penisola coreana quella formula, già cara a un Maestro del cinema nipponico come Akira Kurosawa, per cui l’alleanza estemporanea tra nobili guerrieri (in Giappone i samurai) e contadini stanchi di essere vessati dai prepotenti di turno conduce verso una ribellione di grande lavatura morale, nonché avvincente sul piano dell’azione stessa, cui certe divagazioni umoristiche conferiscono semmai una maggiore umanità.

Stefano Coccia

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