Il viaggio di Arlo

0
7.0 Awesome
  • voto 7

Come sarebbe stato il mondo se…

Quell’inesauribile miniera di fantasia, letture trasversali ed elaborazioni di mondi chiamata Pixar – sempre in connubio con la Disney, sebbene chiunque sappia chi detiene il controllo del timone artistico – torna a farsi viva nelle nostre sale a brevissima distanza dall’ottimo Inside Out. C’è di che rallegrarsene, anche se Il viaggio di Arlo (The Good Dinosaur, il tiolo originale) è un lungometraggio con un target maggiormente definito rispetto al suo predecessore. Poiché si rivolge, essenzialmente, ad un pubblico infantile. Ma qui entra in gioco l’arte della casa abilmente supervisionata da John Lasseter: quella cioè di saper creare oggetti cinematografici dal grande valore pedagogico, che riescono comunque a non annoiare affatto gli accompagnatori adulti. Anzi.
Il viaggio di Arlo infatti non è altro che la trasposizione animata dell’ennesimo, classico, racconto di crescita che tanto sarebbe piaciuto, letterariamente parlando, ad un Charles Dickens o ad un Mark Twain. Condito però da poetiche licenze storiche e intelligenti ribaltamenti di sguardo molto contemporanei.
In un’ipotetica epoca preistorica il famoso meteorite che causò l’estinzione dei dinosauri cambia strada e non colpisce il nostro pianeta, consentendo quindi in qualche modo un’evoluzione esponenziale della stessa specie. Il piccolo Arlo è un Apatosauro (perciò vegetariano), ultimo nato di una sanissima famiglia di coltivatori in possesso di una fattoria. Delicato e sensibile, Arlo ha qualche difficoltà ad adattarsi alla vita quotidiana nell’attività di famiglia, serena ma non immune da pericoli. E proprio a causa di un sommovimento geologico rimane orfano dell’amato padre, maestro di vita. L’atteso coming of age può dunque avere inizio.
Tralasciando di tessere le lodi di un comparto tecnico ormai capace di rendere l’animazione in computer graphic più autentica – ma soprattutto più colorata ed attraente –  della realtà che si materializza ogni giorno sotto i nostri occhi, Il viaggio di Arlo riesce sapientemente a giocare con il rapporto animale/essere umano ma a ruoli invertiti. La chiave della maturazione di Arlo diviene infatti il rapporto instauratosi con il piccolo Spot, cucciolo d’uomo tanto intraprendente nel suo cercare nutrimento quanto ancora, per l’appunto, rimasto ad uno stadio di comportamento puramente istintuale. In una società alternativa e distopica in cui i pericoli vengono principalmente dagli agenti atmosferici e dall’alto dei cieli (leggasi pterodattili), Arlo adotta Spot divenendo poi “padre” putativo a propria volta, seguendo le regole di un percorso obbligato che prevede l’allontanamento forzato dal luogo natio allo scopo di conoscere lo sterminato mondo circostante. Il regista Peter Sohn – coadiuvato in sede di sceneggiatura da Meg LeFauve – dimostra la sua conoscenza cinefila scandendo le varie tappe di un road movie tanto atipico quanto simbolico attraverso differenti generi cinematografici. Al melodramma dell’abbandono paterno – figura che ritornerà post-mortem in una suggestiva sequenza onirica – fa seguito la buddy comedy che descrive la conoscenza e il consolidamento del rapporto tra Arlo e Spot, inizialmente contraddistinto dai timori di Arlo nei confronti di quella strana bestiolina, per poi compiere incursioni nell’horror accennato (l’orrido simil serpente) e culminare nella splendida sequenza “western” del recupero della mandria di muschiati, effettuato in collaborazione con una “intellettuale” famiglia di tirannosauri assai poco feroci. Viatico, quest’ultimo segmento narrativo, al ritrovamento della strada di casa, non prima di un essenziale momento della trama che siglerà il definitivo raggiungimento dell’età adulta da parte di Arlo.
Comprensibili dunque, perché necessari, i didascalismi assortiti di cui è colmo Il viaggio di Arlo, dato che l’obiettivo di partenza era evidentemente quello di rendere chiaro e comprensibile il messaggio anche a bambini molto piccoli: la forza per affrontare con successo il duro mestiere di crescere è tutta dentro di voi. Al mondo degli adulti è affidato “solamente” l’impegnativo compito di creare le premesse ideali affinché ciò avvenga. E la visione de Il viaggio di Arlo o di qualsiasi altro film targato Pixar può davvero rappresentare un viatico stimolante nell’iniziare a percorrere tale cammino, breve o lungo che esso sia.

Daniele De Angelis

Leave A Reply

quindici − 14 =