Angry Indian Goddesses

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7.0 Awesome
  • voto 7

Kali’s Revenge

Donne indiane incazzate nere. E come dar loro torto? Sebbene, per l’italiota medio, l’India rappresenti oggigiorno soltanto un odiato luogo di detenzione per due pistoleri nostrani dal grilletto facile, che evidentemente fanno fatica a distinguere un pescatore da un pirata, il sub-continente indiano offre problematiche sociali ben più serie su cui riflettere, soprattutto per quanto riguarda la condizione del genere femminile. Il ricettario è piuttosto ampio: stupri di gruppo, altre violenze fisiche e psicologiche aventi una cornice domestica sullo sfondo, scarso impegno dimostrato da polizia e autorità giudiziarie nel reprimere tali fenomeni, limiti e preconcetti legati a determinate concezioni religiose, machismo imperante a livello culturale oltre che lavorativo. Non sempre e non dappertutto è così, sia chiaro, ma di episodi inquietanti ne continuano ad accadere. Lode quindi a Pan Nalin, il quale, dopo aver ottenuto discreti successi in patria e all’estero con lungometraggi come Samsara e Valley of Flowers, sta ora lavorando a Buddha: The Inner Warrior, film biografico sulla popolarissima figura di Siddhartha Gautama; in questo Angry Indian Goddesses il cineasta indiano ha saputo dar voce, invece, alle istanze di donne che appartengono a differenti ceti sociali, che su certi argomenti possono ritrovarsi magari divise, ma che hanno poi in comune diverse difficoltà da affrontare.

Per affrescare tali situazioni Pan Nalin ha deciso di cimentarsi con un plot che non nasconde affatto le sue coloriture pop, specialmente all’inizio, per poi virare verso una svolta drammatica il cui impatto può risultare finanche brusco. Tutto nasce dall’invito di una delle protagoniste, che per l’ormai imminente matrimonio dà appuntamento ad alcune parenti e amiche del cuore, perlopiù giovani e con differenti background alle spalle, nella propria casa a due passi sul mare; dimora che si trova peraltro a Goa, storica località dell’India costiera ed ex colonia portoghese dalle atmosfere senza dubbio particolari. Le storie personali che qui emergeranno sono tutte a loro modo degne di attenzione. E assisteremo pertanto al ritrovarsi di queste donne, in una delle scene simbolicamente più pregnanti del film, davanti all’effige della dea Kali: figura di rilievo del pantheon induista, questa, in quanto dea dell’energia femminile attiva e dirompente, dalla potenza inarrestabile. Quasi un preludio, insomma, della giustificatissima, catartica vendetta attuata dalle protagoniste nel concitato e magnifico epilogo.
Detto questo, bisogna riconoscere che sullo script di Angry Indian Goddesses pesa l’impressione di un’eccessiva frammentarietà, che si trasforma persino in superficialità nel tratteggiare le parabole di alcuni personaggi. Questo accenno di schematismo poteva insomma portare verso un bozzettismo vivace ma in fondo sterile e compiaciuto alla Monsoon Wedding. In certi siparietti un simile rischio sembra fastidiosamente concretizzarsi. Per fortuna proprio nell’ultimissima parte Pan Nalin riesce a recuperare il bandolo della matassa, appoggiandosi per il twist più tragico e determinante del racconto ad alcune sequenze fortemente ansiogene così come ad altre dai toni maggiormente riflessivi, nell’alludere agli squilibri sociali di cui sopra; sicché, volendo tracciare un bilancio finale delle emozioni raccolte durante la visione, l’intrattenimento offerto dai segmenti di un’arzilla commedia corale al femminile funge quasi da catapulta, buona a lanciare un messaggio non banale sul disagio condiviso da parecchie donne (e dagli uomini più sensibili), nell’India attuale.

Stefano Coccia

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