Ready Player One

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8.0 Awesome
  • voto 8

Siamo i nostri avatar

La grandezza della poetica spielberghiana sta tutta, almeno nelle sue opere migliori, nella sublime capacità di costruire perfette macchine d’intrattenimento senza per questo escludere una riflessione implicita su ciò che mette in scena. Anche Ready Player One segue alla lettera tale regola aurea, rispettando sia le aspettative del pubblico che quelle della critica, nonché tradendo lo stretto indispensabile il romanzo di culto omonimo di Ernest Cline – peraltro anche coautore della sceneggiatura assieme a Zak Penn – da cui è tratto. Già basterebbe tale generosità artistica a garantire all’ultima fatica di Steven Spielberg un giudizio altamente positivo; eppure non è ancora abbastanza. Perché il valore aggiunto di Ready Player One viaggia sottotraccia rispetto alla sfavillante spettacolarità del film: la felice compiutezza di una sintesi tra l’inimitabile estetica pop anni ottanta e il progresso tecnologico di questa decade 2.1, in grado di porre le fondamenta verso un futuro dove il concetto di realtà potrà assumere differenti sembianze in continuo cambiamento.
Virtualità, allora. Nel 2045 il mondo cade a pezzi, soffocato da un capitalismo fuori controllo che ha generato solamente diseguaglianze e povertà. L’unica ancora di salvezza, come testimoniato dall’efficace prologo, è affidare la propria esistenza al diversivo di un universo parallelo chiamato OASIS, mondo virtuale creato dal genio informatico James Halliday (il sempre eccellente Mark Rylance, ormai attore feticcio di Spielberg). Prima che quest’ultimo passi a miglior vita, nasconderà in tale macrocosmo artificiale tre chiavi che, a chi le troverà, garantiranno il possesso della florida società nel mondo reale. Scatta allora una sorta di caccia al tesoro generale che vede in prima linea, oltre alla compagnia concorrente intenzionata a monopolizzare il mercato, anche giovani come Wade Watts (il Tye Sheridan ammirato in Mud di Jeff Nichols), desiderosi di riscattare con la proprie abilità e conoscenze i destini di una vita (reale) misera.
Coloro che conoscono il cinema di Spielberg sapranno già che Ready Player One sorvolerà gli aspetti socio-politici della vicenda dedicandosi ad altro. Ad esempio al classico coming of age dell’adolescente di turno – il cui avatar si chiama Parzival in omaggio al lungimirante personaggio del ciclo arturiano a caccia del Santo Graal – in pratica orfano da qualsiasi vincolo parentale, marchio di fabbrica spielberghiano se ce n’è uno, e in cerca di un’affermazione impossibile in un mondo a compartimenti stagni. Ma soprattutto – e ciò costituisce il suo punto di forza – Ready Player One rappresenta una cavalcata semi-trionfale attraverso l’universo immaginifico e transculturale di una virtualità che racchiude al suo interno l’essenza della conoscenza. E del quale il cinema rappresenta solo un sostrato, sia pur, come ovvio, tra i più importanti. Spielberg, al pari del romanzo ispiratore, allarga di forza i confini immaginati dall’Avatar di James Cameron (2009) per farne un viaggio senza limiti temporali nel passato remoto e prossimo di una nazione, gli Stati Uniti, da sempre epicentro di una visione delle cose insieme ludica e problematica. Quelle di Ready Player One sono citazioni che vivono autonomamente, si rielaborano quasi per inerzia spontanea creando qualcosa che è “altro” rispetto al prototipo originale. C’è persino un ingresso del gruppo di personaggi e dei loro avatar in Shining di Stanley Kubrick che non è lesa maestà ma semplicemente un aggiornamento di quello che potrebbe divenire tale capolavoro osservato da un manipolo di adolescenti in stile Goonies a quasi quarant’anni di distanza. E in Ready Player One, alla stregua di un autentico compendio. vi si trova di tutto e di più, dalle autocitazioni spielberghiane allo spirito della serie tv Stranger Things, dalle ricognizioni paraculturali alla Don De Lillo – al quale modello il romanzo di Cline per certi versi si ispira – alla volontà suprema di combattere e vincere le proprie paure tipiche dei testi di Stephen King.
Se dunque siete alla ricerca di un cinema prettamente autoriale che si interroghi filosoficamente sulla futuribile confusione tra realtà e virtualità come avvenuto nel capolavoro eXistenZ di David Cronenberg oppure cercate l’angoscia del dubbio sulle derive tecnologiche presente nella seminale serie televisiva Black Mirror griffata Charlie Brooker, con tutta probabilità Ready Player One non è il film che fa per voi. Ma se si amano i lungometraggi che fanno della spettacolarità intelligente – con qualche piccola riserva sulla lunghezza della battaglia finale, sin troppo simile ad altri film – la loro prerogativa principale, allora Ready Player One è un’opera assolutamente consigliata. Poiché Steven Spielberg, da grande papà intergenerazionale quale è diventato nel corso degli anni, ci ricorda una volta di più come la solidità del reale, volendo, sia sempre di gran lunga preferibile alla più fantasiosa delle immaginazioni. Sempre nell’ambito di una bella lezione impartita dal Cinema, of course. Ed è tutt’altro che una contraddizione…

Daniele De Angelis

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