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Alla Festa della Rivoluzione

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VOTO: 5

Serpi in seno

Quella che intercorse tra il 12 settembre 1919 e il 27 dicembre del 1920 è stata una pagina molto importante della Storia nostrana e non solo. Una colonna armata di oltre mille uomini, agli ordini del poeta guerriero Gabriele D’Annunzio, mosse da Ronchi di Monfalcone alla volta di Fiume per occuparla militarmente, farne una città Stato e proclamare la sua annessione all’Italia, creando un atto futurista che chiamò a raccolta artisti, idealisti e reduci in un magnifico crogiolo di libertà. Uno spazio libero che accolse persone e correnti politiche diverse, accomunate da un comune afflato patriottico. In questa utopia, l’omosessualità era ammessa, l’uso di droghe era comune, uomini e donne erano considerati alla pari e una costituzione avveniristica metteva al centro l’uomo e l’arte. Una sorta di mondo alla rovescia che attirò l’attenzione da tutto il mondo, dalla Russia di Lenin al nascente fascismo, fino ai timori di Giolitti e degli alleati che temevano che la Rivoluzione uscisse dai confini di Fiume. L’occupazione durò sedici mesi con alterne vicende per poi risolversi nel cosiddetto “Natale di sangue”, quando lo scontro tra l’esercito regolare italiano e i legionari dannunziani scrisse la parola fine a quell’esperienza.
Ed è in questo contesto storico unico che si svolge la storia al centro dell’opera letteraria Alla Festa della Rivoluzione di Claudia Salaris e la pellicola omonima diretta da Arnaldo Catinari, che al romanzo del 2002 si è ispirata per una libera trasposizione in uscita nelle sale a partire dal 6 aprile 2026 con 01 Distribution, dopo l’anteprima mondiale nella sezione Grand Public della 20esima edizione della Festa del Cinema di Roma. Nella realtà degli eventi in oggetto, sullo sfondo della rivoluzione visionaria guidata dal vate, la penna prima e la cinepresa poi hanno innestato una serie di intrighi politici, amori impossibili e vendette private che prendono il via durante l’attentato al poeta-guerriero in occasione della festa d’insediamento a Fiume. Un giro di vite, questo, che ha come protagonisti tre figure immaginarie: la pianista e spia al servizio della Russia, Beatrice, che è lì per difendere D’Annunzio; Pietro, il capo dei servizi segreti italiani combattuto tra dovere e ideali; e il medico Giulio, disertore della Grande Guerra, vicino agli ambienti anarchici.
Romanzando e prendendosi non poche libertà che sanno di revisionismo storico fine a se stesso, Catinari, con la complicità in fase di scrittura del redivivo Silvio Muccino, compie un’operazione non dissimile dalla serie M. Il figlio del secolo di Joe Wright, ma che a conti fatti però non sortisce i medesimi positivi risultati. La sceneggiatura “gioca” con il momento storico in oggetto e rilegge la verità dei fatti per dare forma narrativa e drammaturgica a un racconto che ha i toni del feuilleton. Si assiste a un period-drama dall’anima spiccatamente di genere, nelle cui vene scorrono tratti melò da romanzo d’appendice, ma soprattutto mistery e persino d’azione. Tra una cospirazione, un doppio gioco e un tradimento, gli autori dello script inseriscono momenti parentesi romantiche e altri più dinamici per smuovere le acque, che trovano però sfogo in combattimenti poco convincenti sul piano coreografico. Ingredienti, questi, che hanno il chiaro intento di intrattenere e alzare l’asticella del coinvolgimento dello spettatore, ma con esiti poco efficaci. A dominare, in maniera fin troppo stucchevole e invasiva, è piuttosto un’enfasi retorica che si estende ai dialoghi, inficiando sulle performance attoriali, ma anche all’afflato di una colonna sonora onnipresente, alla quale l’autore sembra non volere fare a meno e che occupa fastidiosamente ogni centimetro quadrato della timeline, appesantendola e caricandola più dell’utile e del necessario, strabordando.
Di ben altro spessore è al contrario la confezione, con Alla Festa della Rivoluzione che trova nell’accurata ricostruzione storica delle ambientazioni (merito di Tonino Zera) e nella pregevole confezione fotografica i propri punti di forza. A firmare quest’ultima è lo stesso Catinari, che mette al servizio del suo secondo film (risale al 1992 l’esordio con Dall’altra parte del mondo, poi diverse esperienze come regista anche nella serialità, tra cui Suburra e Citadel, Diana) da regista le sue indiscutibili qualità artistiche, già espresse in un centinaio circa di lungometraggi come autore della fotografia.

Francesco Del Grosso

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