It’s Showtime!
L’amaro lasciato in bocca dal primo capitolo dell’atteso reboot del 2021 di Mortal Kombat, basato sull’iconico videogioco picchiaduro a incontri creato da Ed Boon e John Tobias nel 1992, già trasposto al cinema nei due film del 1995 e 1997, ha probabilmente spinto il regista Simon McQuoid e lo sceneggiatore Jeremy Slater a fare ammenda degli errori passati per provare a riportare l’operazione di rinascita della saga cinematografica del franchise in questione sulla retta vita. I segnali che qualcosa non fosse andato nel migliore dei modi, per non dire storto, si potevano leggere tra le righe del scelta della Warner Bros. di distribuire la pellicola in Italia direttamente sul piccolo schermo e in streaming, evitando dunque l’uscita nei cinema. La decisione all’epoca ha fatto storcere il naso a molti, ma la puzza di bruciato giunta da oltreoceano e dagli altri Paesi generata dal malcontento derivante dall’evidente scollamento del risultato dalla matrice rimasto indigesto dai fan – noi compresi – ha dopo poco sciolto qualsiasi dubbio in merito. Da qui due semplici mosse degli autori, o meglio la fatality per restare in tema, finalizzate a rimettere la “chiesa al centro del villaggio” e aggiustare il tiro: da una parte riportare il torneo mortale annunciato nel titolo al centro della narrazione, dall’altra rendere protagonisti gli scontri ancor più dei personaggi. Con questi presupposti sono nate le fondamenta di Mortal Kombat 2, sequel che a ben cinque anni di distanza dal predecessore esce nelle sale nostrane a partire dal 6 maggio 2026.
Questa volta, i campioni più amati dagli appassionati del videogame si affrontano in un’epica battaglia all’ultimo sangue per fermare il dominio oscuro di Shao Kahn, una minaccia che incombe sull’esistenza stessa del Regno della Terra e dei suoi difensori. I guerrieri della Terra si scontreranno con quelli dell’Outworld in combattimenti spietati il cui unico scopo è la supremazia. Ma per raggiungere il numero necessario all’inizio della competizione mortale viene reclutato un ultimo combattente, una vecchia gloria delle arti marziali e del cinema action: Johnny Cage. Una star ormai in declino, un uomo disilluso e cinico che dalla vita non si aspetta più nulla. Cage, che all’inizio cercherà di tenersi fuori dal Mortal Kombat, si ritroverà suo malgrado coinvolto in qualcosa che va ben oltre le sue più terrificanti aspettative; uno scontro nel quale c’è in ballo molto più che la gloria: la salvezza dell’intero pianeta.
In questo sequel, Mortal Kombat si riappropria quindi del suo baricentro narrativo, ossia lo svolgimento del cruciale torneo che determinerà la caduta o no della Terra, costruendogli intorno un plot che coinvolge quasi tutti i personaggi, al contrario di quanto accaduto nel capitolo iniziale dove colpevolmente si era deciso di ridurre la competizione a un evento aleatorio che prima o poi sarebbe accaduto e di tenere parcheggiato ai box una figura chiave e amatissima come quella di Johnny Cage, chiamata in causa solo in zona Cesarini per alzare l’hype. Errori, questi, che a conti fatti si sono rivelati fatali. In questo secondo atto, per non commettere gli stessi sbagli e compromettere definitivamente il progetto, la sceneggiatura ha guarda caso affidato le redini del racconto a due protagonisti principali, vale a dire Kitana e il già citato Cage. Entrambi devono cercare se stessi attraverso viaggi distinti, che in qualche modo si incontrano e si allontanano durante lo scorrere del film, dove è inevitabile che i loro destini entrino in contatto e rotta di collisione con i guerrieri delle fazioni del bene e del male. Ne scaturisce una trama ridotta all’osso, scheletrica nella sua basica impostazione, ma utile quantomeno a traghettare lo spettatore da uno scontro all’altro. Anche se utile alla causa cinematografica, irritante resta però lo spreco del potenziale immaginifico messo a disposizione dalla matrice, con storia e personaggi, tanti e diversi, che vengono sacrificati a favore del combattimento fine a se stesso. Anche stavolta ci si limita a mettere in fila le sequenze dinamiche tenendole appiccicate una all’altra con una flebile narrazione che finisce inevitabilmente in secondo piano. Non è la prima volta che accade e rimanendo attaccati ad operazioni analoghe, anche in adattamenti di altri videogiochi come Street Fighter o DOA: Dead or Alive si può rintracciare la medesima problematica.
Bisogna quindi farsene una ragione e accettare quello che è a tutti gli effetti un tallone d’Achille comune al filone, al quale nemmeno questo sequel di Mortal Kombat – e di conseguenza l’intero reboot – è riuscito a porre rimedio. Lo sforzo o presunto tale della scrittura semmai si evince dall’innesto nella timeline di momenti più leggeri che stemperano il mood serio della vicenda, che consistono in citazioni e battute riferite a molti dei titoli cinematografici più amati e conosciuti di sempre: da Il Signore degli Anelli a Harry Potter, passando per le poche ma iconiche frasi pronunciate dai lottatori nel videogioco. Il tutto non a caso è affidato al solo e unico personaggio dotato di humour che figura nella nutrita galleria, ossia Cage (interpretato dall’istrionico Karl Urban), chiamato ad alzare il tasso di divertimento e ad abbassare, suo malgrado, quello del combattimento.
Dove al contrario la situazione è decisamente migliorata, con dei progressi che si erano già visti nel film del 2021, è proprio nella componente action e marziale. Questa è senza dubbio il piatto forte del menù offerto da McQuoid e dai suoi collaboratori. Da questo punto di vista, Mortal Kombat 2 accontenta i fan vecchi e nuovi attraverso un ritmo serrato, un frullato di botte da orbi e momenti action che creano un ponte tra gioco e cinema. In tal senso sono gli scontri la costante del film, con duelli su uno o più fronti che si succedono a ritmo regolare che garantiscono una buona dose di adrenalina e spettacolo marziale allo spettatore. Scene come quelle dello scontro alla pagoda tra il risorto Kung Lao e Liu Kang, oppure quello tra Hanzo Hasashi e Bi-Han sulle rocce rimaste in piedi sul fiume di lava, sono tecnicamente e coreograficamente spettacolari e degne di nota. Queste come le restanti in più si riappropriano di una brutale potenza, attenuata negli adattamenti degli anni Novanta di Paul W. S. Anderson e John R. Leonetti, che del resto era uno dei punti salienti della saga videoludica, con forti scene splatter e cruente che, fin dagli esordi, avevano portato non pochi problemi con la censura. La messa in quadro ha elevato e di molto il tasso di sangue e violenza dei combattimenti, richiamando quello che era lo spirito eccessivo e gore del videogioco.
Francesco Del Grosso









