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La morte è un problema dei vivi

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VOTO: 6,5

La vita è una roulette russa

Era il luglio del 2016 quando nel corso del 36° Fantafestival con la visione di Lovemilla entravamo per la prima volta in contatto con il cinema di Teemu Nikki, un cinema che negli anni successivi avremo modo di incontrare e apprezzare più volte in occasione dell’uscita nelle sale o del passaggio all’interno di una kermesse di un film da lui firmato: da Euthanizer a Nimby – Not In My Backyard, passando per il più recente Il cieco che non voleva vedere Titanic. Da allora il modo di fare e concepire la Settima Arte del regista finlandese, oltre ad avere acquisito un preciso modus operandi e raggiunto una certa riconoscibilità, non sono arretrati di un passo rispetto alla costruzione di una poetica. Il ché ha portato stagione dopo stagione alla realizzazione di pellicole anticonvenzionali nella forma e nei contenuti destinate però a un pubblico ampio e trasversale, spavalde nell’accostamento e nella combinazione degli ingredienti tecnici e drammaturgici, politicamente scorrette e affilate al punto giusto da lasciare un segno nello spettatore, capaci di muoversi liberamente verso situazioni paradossali e ambigue, sempre in bilico tra realtà e genere, realismo e manierismo, distacco e ipersensibilità. Elementi, questi, che il pubblico potrà ritrovare anche nell’ultima fatica dietro la macchina da presa del cineasta di Sysmä dal titolo La morte è un problema dei vivi, distribuito da I Wonder Pictures a partire dal 4 luglio dopo l’anteprima alla diciottesima edizione della Festa del Cinema di Roma.
In questa dark comedy caustica, dalle tinte noir e dallo humour pungente in stile Kaurismaki, il tuttofare Nikki, che oltre alla regia ha curato anche sceneggiatura e montaggio, racconta le disavventure di Risto e Arto, vicini di casa che non potrebbero essere più diversi: il primo è un impresario di pompe funebri dipendente dal gioco d’azzardo, in crisi matrimoniale, con una suocera alcolizzata e un figlio per cui è raramente presente; il secondo è un mite educatore in una scuola per l’infanzia, convive con la ricercatrice Saija e i due cercano da tempo di allargare la famiglia, ma l’attesa gravidanza tarda ad arrivare. La ruota gira per entrambi nel modo più inaspettato quando Risto si ritrova schiacciato dai debiti e ad Arto viene diagnostica una condizione più unica che rara: è nato con l’85% di cervello in meno rispetto alla media. Da vicini di casa, Risto e Arto, l’uomo senza cuore e l’uomo senza cervello, divengono così una strana coppia di becchini che deve svolgere il lavoro sporco per un’attività illegale molto particolare.
Quelle che vanno in scena in una Finlandia cinica e crudele, la stessa che aveva fatto da cornice a Euthanizer, sono le vicissitudini quotidiane di un’improbabile e scombinata coppia di emarginati dalla società formata da un uomo senza cuore incattivito dalla ludopatia e uno senza cervello, nel senso letterale del termine. Vicissitudini che servono a Nikki per affrontare a suo modo tematiche universali come l’amicizia e il perdono, ma anche per dire la sua sulle assurdità della vita e su come affrontarle giorno dopo giorno. Lo fa con la cifra stilistica e l’approccio alla materia che lo contraddistinguono, puntando sul paradosso delle situazioni e delle dinamiche che scaturiscono dai pensieri e dalle azioni imprevedibili dei personaggi. Quest’ultimi sono ben delineati e distinti da un punto di vista caratteriale, ma a nostro avviso non sfruttati a dovere rispetto alle loro potenzialità che rimangono a conti fatti solo parzialmente espresse. In particolare la figura di Arto, l’uomo senza cervello, rappresenta per quanto ci riguarda una vera e propria bomba a orologeria drammaturgica che se innescata avrebbe potuto dare una potenza di fuoco maggiore all’opera. Il disinnesco precoce nel racconto e la conseguente decisione di puntare sul cammino malavitoso e sull’attività illegale del duo fa venire meno la componente grottesca. Questa tinta mescolata alla one-line dell’educatore scervellato poteva provocare dei movimenti tellurici e delle scosse emotive decisivamente più forti a livello d’intensità rispetto a quelle che si abbattono sulla timeline del final cut. Tale assenza a nostro avviso a conti fatti pesa e non consente al film di salire di quota, così da raggiungere quelle vette che altrimenti avrebbe potuto toccare anche grazie alle performance dei due interpreti principali Pekka Strang e Jari Virman, oltre che delle musiche magnetiche della bellissima colonna sonora originale made in Italy di Marco Biscarini.

Francesco Del Grosso

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