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Mothers’ Instict

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VOTO: 7,5

C’eravamo tanto volute bene

Non c’è dubbio che uno dei motivi principali d’interesse nei confronti di Mothers’ Instict, in arrivo nelle sale italiane dal 9 maggio 2024 con Vertice 360, è la presenza nel cast di due attrici hollywoodiane di primo ordine già vincitrici di diversi premi Oscar come Anne Hathaway e Jessica Chastain che, seppur avevano preso parte entrambe a Interstellar e Armageddon Time – Il tempo dell’apocalisse, qui si trovano per la prima volta a condividere la scena. Una prima volta, questa, che a conti fatti si è rivelata un valore aggiunto per il film e un autentico regalo per gli spettatori, con quest’ultimi che potranno godere delle loro performance e di duetti/duelli di grandissima potenza emotiva che fanno letteralmente scintille accendendo il fuoco della tensione. Le due interpreti finiscono infatti per alzare sia la temperatura che la qualità generale della componente recitativa, portandola a un livello superiore, vestendo rispettivamente i panni di Alice e Céline, migliori amiche e vicine di casa, le cui vite apparentemente perfette in un centro suburbano dell’America degli anni Sessanta vengono improvvisamente sconvolte da un tragico incidente che coinvolge uno dei loro figli. Da quel momento nulla sarà più come prima. Le amiche si allontanano irrimediabilmente, innescando un vortice di paranoia e sospetto che darà inizio a una sottile ma feroce guerra psicologica tra le due.
La trama e i personaggi in questione saranno risuonati a più di un lettore piuttosto familiari. Appartengono infatti al romanzo “Derrière la haine” (Oltre la siepe) di Barbara Abel, già portato sul grande schermo nel 2018 da Olivier Masset-Depasse nella libera trasposizione dal titolo Doppio sospetto. Il ché fa di Mothers’ Instict non tanto un nuovo adattamento cinematografico del libro, bensì un remake a stelle e strisce del film precedente, perché la sceneggiatrice Sarah Conradt ha usato come materiale di partenza non le pagine del bestseller della scrittrice di Bruxelles bensì quelle dello script della pluridecorata pellicola franco-bega firmata a suo tempo dallo stesso regista. Plot, dinamiche, ambientazione, dialoghi e personaggi sono rimasti pressoché identici, tanto da spingere molti spettatori – noi compresi – a chiedersi il perché di un rifacimento a così poca distanza. Messe a confronto le due versioni infatti si differenziano per pochissimi dettagli per non dire virgole, che più che spostare gli equilibri narrativi e drammaturgici sono serviti soprattutto a migliorare e chiarire alcuni passaggi della trama che nell’originale avevano mostrato qualche lacuna. Ed è lì che la riscrittura è andata ad operare per rendere il racconto, gli snodi principali e l’evoluzione delle figure che li animano più fluidi, coerenti e compatti.
A giovarne è stato in primis Benoit Delhomme, che nel film che ha segnato il suo esordio alla regia ha ricoperto anche il ruolo per il quale è già conosciuto a livello mondiale, ossia quello di direttore della fotografia. Entrambe le attività sono state portate a termine da Delhomme con buonissimi risultati, tanto da garantire all’opera una confezione di tutto rispetto capace con i suoi toni pastello di rievocare le ambientazioni tipiche dell’american dream dei primi anni Sessanta. Se poi a disposizione hai due attrici di qualità e sostanza come la Hathaway e la Chastain, che hanno preso il posto delle colleghe Veerle Baetens e Anne Coesens nei ruoli principali, allora la strada si fa tutta in discesa. Con e attraverso le loro interpretazioni, caratterizzate da un livello di tensione e inquietudine altissimo (ricordano quelle di Natalie Portman e Julianne Moore in May December), il neo-regista riesce a disegnare con precisione chirurgica le traiettorie del progressivo deteriorarsi dei rapporti tra le protagoniste, minati da senso di colpa, sospetto e paranoia. Ne scaturisce un doloroso quanto letale scontro tra caratteri ugualmente forti, in una sottile indagine dell’identità femminile e dei lati più oscuri dell’amore materno che farà da base a un raffinato noir dal ritmo incalzante e dal retrogusto inconfondibilmente hitchcockiano.

Francesco Del Grosso

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