Intervista a Emiliano Morreale

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Non sono un giornalista; Fellini il mio mito; il cinema sarà degli adolescenti

Cineclandestino, nell’ambito delle sue interviste per far conoscere i critici cinematografici, ha incontrato in esclusiva Emiliano Morreale, professore di cinema, fotografia e televisione presso l’università La Sapienza di Roma, nonché critico cinematografico presso il quotidiano La Repubblica, dopo esperienze vissute ne Il Sole24Ore e l’Espresso. L’intellettuale quarantaseienne ha risposto alle domande del nostro inviato.

D: Quando nasce la sua passione per il cinema?
Emiliano Morreale: Praticamente sono da sempre innamorato del cinema, sin da bambino. Quando ero piccolo abitavo a Treviso e andavo sempre in un cinema che faceva spettacoli ed eventi per bambini, più avanti iniziai a frequentare un cineclub a Bagheria, dove il proiezionista era un giovane Giuseppe Tornatore, parliamo del 1978/79 più o meno. Io andavo da lui a vedere anche i film diciamo più impegnativi, ed avevo 7-8 anni. Per un certo periodo poi ho smesso di dedicarmi la cinema e ho iniziato ad appassionarmi di calcio dopo i mondiali del 1982, ma dall’estate del 1985 ho ripreso e da allora non ho mai mollato fino ad oggi.

D: Qual è il suo genere di film preferito?
E.M.: Io cominciai ad appassionarmi al cinema perché già ero a mia volta appassionato degli horror. Che poi è una situazione abbastanza ambigua; io gli horror difficilmente andavo a vederli, perché mi spaventavano, però mi piaceva immaginare come avrei voluto farli io. Del resto, c’era una persona amica dei miei genitori, che mi faceva da baby sitter quando ero piccolo, e lui gli horror me li raccontava, quasi a mo’ di fiaba. Mi raccontò di Halloween – La notte delle streghe, Nosferatu, Shining che per me divennero fiabe della buonanotte in pratica. Poi negli anni 80, quando iniziai a vederli, ne divenni ancora di più appassionato. Tra l’altro, gli anni 80 furono un decennio molto innovativo per gli horror, specialmente quelli americani. L’altro genere di cui sono grandissimo appassionato è il western. Da bambino era impossibile non rimanere affascinati dal genere western, tra l’altro in quel periodo ci fu un ciclo televisivo di film western dedicati a John Wayne. Quindi direi horror e western sono i miei due generi preferiti. Poi andando avanti nel tempo ho scoperto anche il melò.

D: Quali sono il suo attore e attrice preferiti in assoluto?
E.M.: [lungo silenzio di riflessione]Il primo che mi viene in mente è Peter Sellers, mentre per l’attrice … [altro lungo silenzio]direi Katharine Hepburn.

D: Qual è il suo regista preferito in assoluto?
E.M.: Federico Fellini!

D: Quali sono il suo film e la sua serie tv preferiti in assoluto?
E.M.: Ma una serie televisiva direi che non c’è esattamente, perché non riesco mai ad arrivare oltre il finale della prima stagione. Le direi l’unica che sono riuscito a seguire fino alla fine: I Soprano. Il film che non mi stancherei mai di riguardare direi Amarcord di Fellini.

D: In quale epoca storica il cinema ha avuto il suo maggior impulso?
E.M.: Di solito tutti coloro che parlano di cinema, parlano costantemente di un’epoca di decadenza. Il massimo sviluppo direi che si è visto secondo me negli anni Cinquanta. Tuttavia, critici e giornalisti del periodo parlavano dello stesso arco temporale sempre in maniera decadente, rispetto magari a quello degli anni Trenta. Per me, sia in Italia che in America, gli anni Cinquanta sono stati il periodo di maggior impulso dell’industri cinematografica. Con l’affacciarsi della corrente neo realista poi, il cinema ha perso un po’ di quella sua innocenza, cosa positiva aggiungo, e in Italia fino ai primi anni Sessanta c’è stato un sostanziale periodo di sviluppi e di ricerca della modernità. Questo è anche il periodo in cui io mi rigetto nuovamente se voglio vedere un bel film, quindi oggettivamente direi che è questo il periodo.

D: Cosa ne pensa del cinema italiano di oggi in paragone con quello del passato?
E.M.: Secondo me è una delle stagioni migliori del cinema italiano degli ultimi decenni. E’ un cinema straordinario per via delle energie, per via delle cose che dice e per la varietà. Però parliamo di un cinema un po’ più di nicchia, da festival oserei dire; che purtroppo nessuno va più a vedere. Dal punto di vista estetico gli anni Duemila dieci, sono migliori degli anni Duemila che sono migliori degli anni Novanta e Ottanta. C’è una leva di almeno una ventina di giovani registi (Matteo Rovere, Simone Godano, Simone Spada, Luca Guadagnino – tutti citati), una quantità del genere di registi non si era mai vista. Non devono però loro sprecare questi esordi, devono lavorare affinché rimangano nel tempo.

D: Un commento sul recente Festival di Cannes?
E.M.: Cannes è sempre un festival di grande livello. Anche quest’anno il livello era mediamente alto seppur senza particolari picchi. Non c’era un solo film che spiccasse realmente. Tutti dicevano, me compreso, che bisognava premiare il film di Pedro Almodòvar (Dolor y Gloria) anche per tributare la carriera del regista spagnolo. Ma in generale, i premi sono stati un disastro. L’unico che mi ha soddisfatto è proprio la Palma D’Oro (Parasite di Bong Joon-Ho) perché è un film originale ed è l’unico che segnala un autore abbastanza noto (vedi Snowpiercer) e ha rappresentato un tipo di cinema un po’ diverso da quello usuale da festival; è un film di genere, una black comedy come molte altre ma con tendenze molto superiori rispetto agli altri.

D: Da quali rassegne escono i migliori film per il mercato?
E.M.: Bisogna fare una distinzione prima. Per l’Italia nessun festival fa uscire film che la gente va a vedere in massa al cinema. Ma poi aggiungo che secondo me i festival non hanno neanche più questo scopo; il cinema di sala è relegato ai minori di quindici anni che vanno a vedere film di supereroi; i festival non hanno nulla a che vedere con questo. E’ un circuito parallelo di nicchie e di élite che purtroppo non ha più un pubblico così effimero, rilevante, che andava in sala a vedere Ken Loach, o i Dardénne, o Kiarostami. Ormai questo genere di cinema attira pochissimo. Si tratta di un mondo totalmente parallelo che però ha delle ricadute interessanti. In Francia per esempio c’è ancora un discreto pubblico per questo genere di film. In Italia se qualcuno va a vedere un film che ha vinto un premio, non è perché ha vinto quel premio, perché gran parte della gente neanche lo sapeva che aveva vinto quel determinato premio, ma giusto per curiosità propria. Ci sono un paio di film che hanno congiunto questi due tipi di pubblico. Uno è The Shape of Water (La forma dell’acqua di Guillermo Del Toro), l’altro è La La Land (di Damien Chazelle); ma non direi mai che la gente è andato a vedere La La Land perché è stato a Venezia. Ormai neanche più i film che vincono l’Oscar attirano più di tanto il pubblico in sala.

D: Qual è stato il percorso che lei ha seguito per giungere a La Repubblica?
E.M.: Guardi glielo dico, io non sono un giornalista. Non ho neanche il tesserino da pubblicista; sono solo collaboratore del quotidiano senza tesserino. Io tecnicamente sono solo un professore dell’università di Roma La Sapienza che collabora con un giornale.

D: E come si è avvicinata La Repubblica a lei?
E.M.: Io ho scritto in passato una serie di libri, e uno di questi, che si intitola L’invenzione della nostalgia (Donzelli editore – 2009), ebbe un grande successo tanto che il giornale La Repubblica ne fece un interessante articolo. In seguito, mi dissero loro che cercavano giovani intellettuali e scrittori ma non furono i primi a farsi avanti. Prima di Repubblica, mi chiamarono, per lo stesso motivo, da Il Sole 24ore e collaborai per un periodo insieme a loro. Un paio di anni dopo, anche La Repubblica manifestò l’interesse di farmi collaborare con loro, non proprio di cinema ma di altri temi. Ho scritto anche di libri e di altri temi. E facendo piccoli interventi su temi differenti, prima sul Sole 24ore, mi chiamò l’Espresso, facente parte dello stesso gruppo di Repubblica, e in seguito entrai a Repubblica come collaboratore esterno voluto dall’allora direttore Mario Calabresi. Però devo dire che non ho mai sostenuto studi di giornalismo e non ho mai avuto contatti con i giornali. E’ stata una cosa totalmente casuale; scrivendo questo libro (“L’invenzione della nostalgia”) in un linguaggio abbastanza giornalistico, che era anche la mia tesi di dottorato, i quotidiani ne hanno ricavato del materiale che li ha soddisfatti e mi hanno contattato per collaborare.

D: David Cronenberg ha detto che il cinema, inteso come sala, è destinato all’estinzione. Lei che ne pensa?
E.M.: Penso che il cinema non morirà ma si adatterà. Abbiamo fatto un convegno qui a La Sapienza pochi giorni fa al quale hanno partecipato alcune aziende di distribuzione cinematografiche. E anche loro facevano giustamente notare questa cosa. Il cinema è diventato qualcosa più come un evento, nel senso quei film che tutti aspettano come un evento (come l’ultimo Avengers o il prossimo Star Wars), ed ha un pubblico molto meno selezionato delle serie televisive. Quindi rimarrà, come il teatro o il circo, ossia come un posto dove in realtà si portano i bambini. Se noi togliessimo i bambini come pubblico dal cinema, credo che non esisterebbe più a questo punto.

D: Cosa ne pensa di queste nuove piattaforme streaming?
E.M.: Sono strumenti che hanno una capacità di raggiungere un pubblico molto più vario, anche quello di nicchia di cui le parlavo prima. Una volta si diceva che il cinema era per l’élite e la televisione era per il popolo. Ora le cose si sono rovesciate, la televisione è anche per il pubblico più colto mentre il cinema è per gli adolescenti che vanno a vedere, di tanto in tanto, queste cose qui. Io comunque non essendo competente di serie televisive, essendo incapace di seguirne le trame per mancanza di tempo, non mi esprimo più di tanto. Ogni settimana ne esce una nuova, più bella, poi ne esce un’altra, ancora più bella. Cioè, è difficile trovare il bello in questo genere di prodotti. Poi magari dico “Ho visto le prime due stagioni di quella serie e non mi è piaciuta” e l’amico ti risponde “Eh ma no, devi aspettare la terza. La terza è più bella”. Ma come? Aspettare 25 episodi da un’ora sarebbero venticinque ore. In venticinque ore mi rivedo l’intera filmografia di Stanley Kubrick per dire. Quindi non ho molta esperienze nel versante delle serie sulle piattaforme. Quello che posso dire è che sono ancora prodotti nuovi, quindi nell’arco di sei mesi potrebbero migliorare come potrebbero peggiorare. Ultimamente ho notato che su Amazon Prime Video hanno inserito una libreria eccellente di cinema italiano, sia attuale sia vecchia. Su Netflix la storia del cinema viene completamente cancellata. C’è una sostanziale differenza tra Netflix e Amazon. Poi c’è anche Moby. Se dovessi esprimermi troppo su questi dispositivi direi delle sciocchezze non avendo abbastanza esperienza al riguardo.

D: Ma lei utilizza qualcuna di queste piattaforme streaming?
E.M.: Io uso Netflix, dove però lo scopo primario del sottoscritto è stato quello di andare a rivedere tutte le stagioni della sitcom Friends e di Mad Men. Come la stragrande maggioranza del pubblico. Ho letto da qualche parte che Friends è il prodotto maggiormente visualizzato su Netflix in tutto il mondo, ora non so se ancora così. Però quasi tutti i miei studenti hanno usufruito di Netflix per recuperare Friends. Ed è abbastanza bizzarra come cosa. Oltre a Netflix, ho Amazon Prime Video che utilizzo un po’ di più per vedere molte cose, anche se lo considero un po’ più scomodo. Ho Moby, non ho Tim Vision, avevo Sky Atlantic ma poi l’ho disdetto perché costava veramente troppo. Difficile che mi farò Disney+, ormai ho una certa età e quella la considero più adatta per bambini e ragazzi adolescenti.

D: Che consiglio si sente di dare ad un giovane voglioso di entrare nel mondo della critica?
E.M.: Nel mondo della critica io suggerirei di non entrare. Ormai non ha più molto senso secondo me. Discorso diverso direi per il giornalismo anche se non è un mio lavoro. Io sono solo un professore universitario che scrive giudizi sui film ma principalmente mi occupo di far crescere e di insegnare ai miei studenti. Ma il mio lavoro è una categoria molto diversa dal giornalismo, quindi non saprei proprio che consigli dare. Direi di fare critica se uno ha passione di farla, però so che ci sono tante persone che hanno lo stesso obiettivo. Io sono uno de pochi pagati per farla ma non è l’unica cosa che faccio. Se facessi solo il critico per La Repubblica le assicuro che non riuscirei a sopravvivere più di tanto a livello economico. Una cosa però gliela posso dire: se vuole fare critica la faccia per passione. Se vuole fare il giornalista, legga molti saggi e libri a riguardo e se conosce qualcuno che è dentro questo mondo, ascolti i suoi consigli. Sono molto più ferrati di me. Stessa cosa se vuole fare cinema, e si assicuri di guardare molti film vecchi. E non compri un manuale di sceneggiatura…

D: Quali sono i suoi progetti futuri?
E.M.: Sarò giudice ad un festival a breve, ma non posso svelarle qual è perché ancora mi devono annunciare. Poi sarò ad un altro convegno qui a La Sapienza e sto cercando di ultimare il mio libro “Il cinema italiano è cosa nostra”, ormai sono 7-8 anni che dico che dovrei finirlo, forse il 2019 è l’anno buono.

Stefano Berardo

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