Il nostro incontro con l’artista irlandese, ospite a Roma dell’Irish Film Festa 2026
Ci si è ritrovati in tre, durante la 17esima edizione dell’Irish Film Festa, ad accerchiare il musicista e cineasta irlandese Nick Kelly, dopo la proiezione del suo The Song Cycle alla Casa del Cinema, che tanto entusiasmo ha generato in sala. Tra gli spettatori, che si sono potuti gustare anche una trascinante performance musicale del nostro, ma anche tra gli sparuti “addetti ai lavori” presenti all’evento, come può testimoniare la reazione partecipe ed entusiasta della nostra redazione.
La domanda da porsi all’istante, in realtà, potrebbe essere un’altra: siamo stati noi a circondare l’artista, presentatosi simpaticamente sul palco con tanto di bicicletta e chitarra, oppure è stato lui a “circondarci” col suo entusiasmo, la sua curiosità non così comune nei confronti degli altri, la sua umanità e la sua passione? La risposta potrebbe anche uscir fuori dal fitto dialogo che si è sviluppato, a distanza, tra l’Italia e l’Irlanda, dopo la conclusione del festival. Eccone un sunto.
D: Il tuo documentario, The Song Cycle, ha una componente ecologica assai importante, che si integra bene poi con il racconto del viaggio. Pensi che piccoli ma significativi gesti, come quello che hai compiuto e raccontato nel film, possano offrire un contributo rilevante in tal senso? Oppure pensi che siano soprattutto i governi a dover intervenire?
Nick Kelly: Credo vi siano due differenti impatti per ogni azione intrapresa da una persona o da un ente in risposta alla crisi climatica. Il primo riguarda l’effetto concreto di tale azione sul problema. Nel caso del nostro viaggio sostenibile dall’Irlanda a Glastonbury, l’effetto è ridicolmente minuscolo: pochi pieni di carburante, un minuto di risparmio in termini di emissioni di carbonio. Chiaramente, le organizzazioni più grandi che apportano cambiamenti radicali ai propri comportamenti avranno un impatto molto maggiore sul problema principale. Immaginate una band famosa – che di solito viaggia con uno staff di 200 persone, utilizza 30 camion per trasportare la propria attrezzatura, alimenta i propri spettacoli con generatori diesel e attira 50.000 fan a sera ai suoi concerti – la quale decide di cambiare il modo in cui si esibisce, per ridurre al minimo il proprio impatto ambientale: questo avrebbe sicuramente un impatto molto più significativo rispetto a me che attraverso il Galles in bicicletta. I governi, che hanno il potere di elaborare e attuare politiche nazionali e di fare pressione per cambiamenti globali, hanno quindi un ruolo fondamentale da svolgere, così come le mega-corporazioni che operano in tutto il mondo e i cui prodotti e servizi permeano ogni aspetto della moderna esistenza umana.
Il secondo impatto, quello che credo sottovalutiamo, è la capacità dell’esempio di ispirare e responsabilizzare gli altri. Ognuno di noi ha una sfera di influenza, anche se si limita alla famiglia e agli amici. Se decidiamo di comportarci diversamente e dimostriamo che non solo è possibile, ma forse anche facile o persino divertente, questo si ripercuote sulle persone che conosciamo. E non influenza solo il loro comportamento, ma anche il modo in cui acquistano, votano, gestiscono le loro attività. Chissà, magari la mia gita in bicicletta ispirerà davvero gli U2 e la loro crew a creare una flotta di tandem!
Credo che, quando si parla di cambiamento climatico, la narrazione comune tenda a concentrarsi sul primo impatto, il che ci demoralizza e ci fa sentire impotenti, perché non riusciamo a immaginare come il nostro piccolo sforzo individuale possa davvero cambiare un problema così vasto e pervasivo.
Preferisco concentrarmi sul secondo impatto: le persone dovrebbero capire che ogni piccola azione che compiono ha il potenziale di ispirare altri a fare lo stesso, o a compiere magari un’azione più grande, che alla fine si propaga in tutta la società a livello etico, sociale, politico ed economico.
D: Quanto è importante per te la dimensione del viaggio, sia simbolicamente che concretamente? Il film sembra esplorarla a fondo, conferendole un significato molto positivo, persino rigenerativo.
Nick Kelly: Tutti noi ci portiamo dietro un bagaglio emotivo, e questo bagaglio è utile solo quando lo usiamo per viaggiare. Viaggiare ci apre la mente, come dice il proverbio, e rafforza la nostra resilienza, accresce la nostra empatia, diminuisce la paura dell’ignoto e ci aiuta a relativizzare i nostri problemi personali. Soprattutto con l’avanzare dell’età, è importante continuare a provare cose nuove e visitare nuovi posti, per uscire dalla propria “comfort zone”. Come disse un guru della sceneggiatura, per il protagonista ci sono solo due condizioni: sta morendo o sta crescendo. Viaggiare è un ottimo modo per continuare a crescere.
D: The Song Cycle è un road movie in bicicletta; pensi che possa servire da esempio per altri road movies?
Nick Kelly: Il genere del road movie è molto affascinante perché rappresenta la metafora perfetta di un viaggio intrapreso da un protagonista con un percorso, delle sfide – sia previste che impreviste – e una meta. Sebbene sia così fin dall’Odissea di Omero, nel cinema questo tipo di viaggio è stato spesso compiuto in auto, a volte anche a cavallo, in barca, a bordo di un’astronave o a piedi. Sono assai felice di aver contribuito, seppur in piccola parte, ad allargare questo meraviglioso genere narrativo anche ai viaggi su due ruote!
D: Sempre a questo proposito, è interessante che qualcuno della tua generazione abbia intrapreso azioni concrete per una causa che di solito è considerata appannaggio delle generazioni più giovani. Pensi che sia davvero possibile una collaborazione intergenerazionale, che superi la reciproca diffidenza, su una questione così importante?
Nick Kelly: Sono fermamente convinto che i nostri poteri, la nostra capacità di agire e la nostra creatività vengano sottovalutati con l’avanzare dell’età, sia dalla società che da noi stessi. C’è la regista irlandese Leila Doolan, di 91 anni, che ha appena percorso 220 km a piedi per protestare contro l’utilizzo dell’aeroporto di Shannon per i voli militari statunitensi. David Byrne, di 73 anni, ha appena concluso il miglior tour di concerti della sua carriera. Martin Scorsese, di 83 anni, dirigerà due film consecutivi quest’anno. Soprattutto per via dei progressi della scienza medica e della nutrizione, l’età è oggi meno rilevante che mai.
Tuttavia, conosco anche molte persone anziane che perdono fiducia in se stesse e si sentono insicure con l’avanzare dell’età, senza dubbio a causa delle narrative sociali. Questo rappresenta sia una terribile perdita di potenziale, sia, a volte, una pigra scappatoia: il fatto di essere anziani non ci esime dalla responsabilità di continuare a contribuire alla società. Non ci si può ritirare dall’umanità.
Da un punto di vista molto più pratico, semplicemente non ci sono abbastanza giovani, soprattutto nell’Occidente, dove la popolazione sta invecchiando rapidamente, per poter risolvere questo problema da soli. Abbiamo bisogno che tutti collaborino, giovani e anziani, aziende e singoli individui, governi e attivisti. Un grande vantaggio derivante dal lavorare insieme per salvare la nostra unica casa potrebbe essere quello di imparare a lavorare – e a divertirci – insieme a persone di generazioni e provenienze diverse anche in altri modi.
D: Quanto è stata importante la tua amicizia con Seán Millar nella realizzazione di un film come questo?
Nick Kelly: Avrei potuto fare il viaggio anche senza Seán, ma non credo che sarei riuscito a realizzare il film (o di certo non sarebbe stato altrettanto bello). È un mio grande amico, quindi riesce a rendere divertenti e sopportabili anche i giorni più bui. È anche un ottimo interlocutore creativo e un valido “avvocato del diavolo” per me, e credo che il discorso valga anche a pati invertite. I nostri istinti spesso divergono, ma poiché sappiamo entrambi che i pensieri dell’altro nascono da ammirazione artistica e affetto fraterno, questi tendono ad arricchirci piuttosto che a irritarci. Almeno, la maggior parte delle volte!
D: In che modo la realizzazione del film ti ha permesso di rielaborare e ripensare interiormente il tuo rapporto con un padre scomparso troppo presto e così all’improvviso?
Nick Kelly: Ero consapevole in ogni momento del fatto che avrei suonato a Glastonbury proprio il giorno del compleanno di mio padre, che peraltro morì a ridosso di quella ricorrenza. Ma nel processo di trasformazione del viaggio in un film, il suo ruolo e la sua presenza sono naturalmente diventati molto più centrali e significativi per l’intero progetto. Per quanto riguarda il mio rapporto con lui, la cosa più importante, ovviamente, è rendersi conto di quanto fosse giovane quando improvvisamente ci ha lasciato. Ora ho quasi quattro anni più di quanti ne avesse lui quando è morto, e mi sento ancora un “genitore in erba” che commette sempre errori nell’educazione dei propri figli. Per questo, tra l’altro, mi ritrovo ad avere molta più empatia e a giudicare meno i suoi difetti, sicché mi dispiace molto – forse più per lui che per me – che sia morto prima di avere la possibilità di superarli. Penso anche che raccontare la storia del nostro rapporto, e di come sia stato interrotto prematuramente, abbia rafforzato in me l’urgenza di costruire relazioni adulte sane e affettuose con i miei figli. Dico sempre ai miei figli quanto li amo, probabilmente questo li fa impazzire!
D: Quali sono i tuoi prossimi progetti? Altri festival in bicicletta?
Nick Kelly: Sto pianificando attivamente diversi nuovi progetti, nessuno dei quali riguarda biciclette né me stesso davanti alla videocamera! La maggior parte sono opere drammatiche, sia per il cinema che per la televisione, di vari generi e in diverse fasi di sviluppo. Il mio obiettivo principale è realizzare più storie per il piccolo schermo il prima possibile: la vita è breve e lo sviluppo e la produzione possono essere incredibilmente lunghi, quindi miauguro e mi aspetto di iniziare le riprese di almeno uno di tali lavori, entro i prossimi 9 mesi.
D: Ti senti più un musicista o un film-maker? O entrambi?
Nick Kelly: Mi viene spesso posta questa domanda e rispondo sempre che per me cinema e musica sono quasi la stessa forma d’arte. Ci sono così tante abilità che si è costretti ad acquisire nella musica che sono davvero utili da regista: ritmo, struttura, cadenza, economia, scrittura visiva, paura di annoiare il pubblico, marketing e, forse soprattutto, la capacità di trarre gioia e ispirazione, anziché terrore, dal caos generato dagli altri esseri umani.
Anche i rituali e le pratiche della musica e del cinema sono molto simili: mesi di solitario lavoro in stanze buie e profonda insicurezza mentre si scrive, si registra, si monta, si propone; seguiti da brevi momenti di sicurezza assoluta e di un glamour quasi impossibile quando si calca il tappeto rosso o il palco come la rockstar/divinità del cinema che si è sempre sognato di essere.
Se siete perfezionisti, non dovreste proprio cimentarvi nella realizzazione di film o dischi rock; meglio dedicarsi alla pittura ad acquerello o alla poesia. I perfezionisti non amano che la loro visione immacolata venga stravolta da decine o addirittura centinaia di persone con le proprie opinioni, abilità e istinti unici. Sia i musicisti che i registi imparano a comprendere e ad accettare che chiunque lavori a un progetto lo influenza; il compito più importante, quindi, è scegliere con cura queste persone e poi metterle in condizione di trasformare la propria creazione in qualcosa di migliore di quanto si possa immaginare, piuttosto che imbrigliarle e controllarle minuziosamente, come fossero marionette, il che inevitabilmente porta a risultati peggiori.
In realtà, la differenza principale tra le due forme d’arte sta nel denaro. Realizzare dischi è relativamente economico e alla portata anche del musicista più sconosciuto; fare film è costoso in modo deprimente, quindi quasi impossibile.
A proposito, ho anche un eccentrico progetto musicale parallelo che sono determinato a completare quest’anno, intitolato “Theme Tunes For Unmade Movies” (Melodie per film mai realizzati): 11 brani che ho scritto e di cui ho registrato qualche demo, ispirati e col tempo, si spera, anche destinati a diventare la colonna sonora di 11 nuovi progetti cinematografici e televisivi che ho ideato ma che non sono ancora riuscito a realizzare. Almeno questo è un modo per condividere tali idee con il mondo.
Adoro fare film e dedico la maggior parte del mio tempo a questo. Ma continuerò sempre a fare anche musica. Quella tra i due ambiti non è una scelta che intendo o che devo fare.
D: Come spettatore, quali film e registi apprezzi di più e chi ha influenzato maggiormente il tuo lavoro?
Nick Kelly: Ci sono tantissimi registi il cui lavoro ammiro, per diverse ragioni: Sam Mendes, i fratelli Coen, Yorgos Lanthimos, Scorsese ovviamente, Andrea Arnold, Ridley Scott, David Lean, Greta Gerwig, naturalmente Spielberg, anche se – come coi musicisti – alcuni dei loro film mi piacciono molto, altri mi lasciano indifferente. Una persona che probabilmente non mi sarebbe mai venuta in mente di includere nell’elenco, fino alla sua recente scomparsa, è Rob Reiner: eh, che lista incredibile di film completamente diversi ma parimenti brillanti ha realizzato: This is Spinal Tap, Stand By Me – Ricordo di un’estate, Harry ti presento Sally, Misery, Codice d’onore e La storia fantastica. Può Spielberg competere con una tale varietà?
D: Quali attori ami di più? O magari chi di loro ti piacerebbe dirigere?
Nick Kelly: In generale, adoro gli attori, soprattutto perché so di non saper recitare, quindi mi affido a loro per realizzare qualcosa che per me sia fondamentale, straordinario e assolutamente fuori dalla mia portata. Il casting è letteralmente il fattore più importante nella realizzazione di un film, persino più importante della sceneggiatura. Ci sono tantissimi attori meravigliosi, anche solo in Irlanda: mi piacerebbe molto lavorare con Jessie Buckley, Colin Farrell, Daniel Day-Lewis. Non credo di aver mai visto Ethan Hawke o Margot Robbie recitare in un modo ch non fosse brillante. Tanti attori straordinari sono emersi grazie al boom televisivo. Il cast del recente biopic su Springsteen (a mio parere ingiustamente sottovalutato), Deliver Me From Nowhere, includeva ben tre attori straordinari che si erano fatti le ossa sul piccolo schermo: avrei candidato all’Oscar tutti e tre, Jeremy Allen White, Jeremy Strong e Stephen Graham, per le loro rispettive interpretazioni. Sempre pensato poi che Rhea Seehorn fosse impeccabile in Better Call Saul, e in Pluribus è semplicemente straordinaria. Potrei continuare all’infinito, ma mi fermo qui.
D: Con quali musicisti, del passato e del presente, viventi o morti, saresti idealmente felice di esibirti?.
Nick Kelly: Domanda interessante! Ho avuto la fortuna di suonare dal vivo con musicisti piuttosto famosi. Ho suonato due volte con la nuova stella del country Nanci Griffith, una volta in un piccolo bar di New York, l’altra sul palco della Royal Albert Hall. Ho avuto l’onore di esibirmi un paio di volte in ensemble con il grande Donal Lunny, padrino della musica tradizionale irlandese moderna. Ho suonato per un’ora intorno a un falò nel West Cork con il leggendario Lenny Kaye (della band di Patti Smith). Ho accompagnato Sinéad O’Connor mentre cantava una mia canzone per Václav Havel e Mary Robinson. Ho anche battuto Damon Albarn dei Blur in una gara di canto a quiz pop, non so se conti! Per quanto riguarda i sogni ancora da realizzare, mi piacerebbe molto poter salire sul palco con The Unthanks, Sufjan Stevens e The National, e magari cantare e comporre con Ólafur Arnalds, se lui mi volesse.
D: Per quanto riguarda il materiale d’archivio, come è avvenuta la selezione delle foto e dei filmati da includere nel documentario e quanto è stata difficile?
Nick Kelly: È incredibilmente difficile trovare filmati d’archivio di oltre 25 anni fa, per la semplice ragione che quasi nessuno di noi all’epoca si portava dietro una cinepresa.
Siamo stati fortunati con questo film perché, oltre ai filmati ufficiali (video, trasmissioni televisive) di The Fat Lady Sings, due grandi fan della band, appassionati di cinema amatoriale, avevano girato delle riprese straordinarie, quasi da “mosca sul muro”, di noi in tour durante quel fatidico tour americano. Non potevo credere ai miei occhi quando ho visto quello che avevano ripreso. Il fatto che mio padre fosse una figura pubblica molto conosciuta in Irlanda significava anche che esisteva una discreta quantità di filmati televisivi che lo ritraevano, tratti da notiziari e programmi di attualità dell’epoca.
Per il resto, ci siamo limitati a scrivere a tutti quelli che conoscevamo di quel periodo, chiedendo qualche foto. Ho dovuto lanciare un appello pubblico per ottenere filmati del grande concerto al coperto a Dublino, dove vado in bicicletta per suonare “Arclight”, quando è diventato chiaro che chiunque avrebbe dovuto filmare lo spettacolo per la trasmissione – c’erano telecamere ovunque nell’arena – si era evidentemente dimenticato o non era stato pagato per premere il tasto “registra”. Nove fan diversi mi hanno inviato filmati girati con i cellulari che riprendevano la mia esibizione da diverse angolazioni; in realtà ora li preferisco alle riprese più patinate e convenzionali che avremmo ottenuto se la telecamera ufficiale fosse stata accesa.
D: Per finire, una domanda inevitabile: quanto può essere d’aiuto un “feel-good movie” come il vostro (ci piace definirlo così, visto che coglie alla perfezione ciò che ha trasmesso ad alcuni di noi) in un periodo di ansie diffuse come quello attuale? In generale, ti senti anora ottimista, come sembra suggerire il film, oppure no?
Nick Kelly: Dobbiamo essere fiduciosi. Dobbiamo avere fiducia nel fatto che la maggior parte degli esseri umani, a prescindere da religione, nazionalità, opinioni politiche o qualsiasi altra differenza, desideri fare del bene e lasciare il mondo in condizioni migliori di come lo ha trovato. E dobbiamo avere il coraggio di difendere questa speranza e questa fiducia, senza lasciare che vengano soffocate dalla disperazione, dal cinismo e dall’egoismo. Quindi, sì, sono ottimista.
Michela Aloisi, Stefano Coccia e Marco Minniti









