“Girare un film non è un lavoro logico”
Reduce dall’esperienza come presidente di giuria del 79° Festival di Cannes, Park Chan-wook ha preso parte come ospite d’onore della 27esima edizione de La Milanesiana, che al pluridecorato regista sudcoreano ha dedicato un’intensa due giorni di proiezioni e incontri, al termine della quale la manifestazione fondata e diretta da Elisabetta Sgarbi ha attribuito il prestigioso “Premio Omaggio al Maestro”. Si tratta di un tributo a un regista che ha segnato in modo profondo il panorama cinematografico internazionale con opere riconoscibili per forza visiva, tensione morale e straordinaria raffinatezza formale.
Lo abbiamo incontrato in occasione della conferenza tenuta lo scorso 25 maggio 2026 negli spazi del Volvo Studio Milano, dove il cineasta di Seul, in compagnia della Sgarbi e del critico cinematografico Marco Müller, ha risposto a una serie di domande sulla sua carriera e sul suo modo di vivere e concepire la Settima Arte.
D: Nel suo cinema c’è sempre molta attenzione per le colonne sonore, che rispecchiano il contenuto e le storie narrate. Sono molto variegate e spaziano tantissimo, a volte unendo musica classica, hip hop, temi western o da gangster movie. Qual è il processo di scelta? Le capita mai di costruire una scena partendo dalla musica o avviene tutto in fase di post-produzione?
Park Chan-wook: Ogni progetto è diverso. Raramente sono partito dalla musica e Decision to Leave, ad esempio, è una delle rare volte in cui ho seguito quel processo. In passato mi è capitato in altre occasioni di affidarmi alla colonna sonora sin dalla fase di creazione. Penso a The Little Drummer Girl, una miniserie per la televisione in sei episodi tratta dal romanzo omonimo dello scrittore John le Carré, che ho diretto nel 2018. Per realizzarla sono rimasto sei mesi a Londra. In quel periodo ho provato moltissima nostalgia di casa mia e della mia terra, la Corea. Per colmare quel vuoto ascoltavo tantissime canzoni del passato, principalmente degli anni Settanta. Ne ricordo una in particolare: Angie dei Rolling Stones. Ascoltandola sono nate in me delle suggestioni tra cui quella di raccontare la storia di un uomo e di una donna che si innamorano passeggiando. In generale quando inizio a produrre un film, andando avanti, capita di imbattermi in brani che si sposano bene con il mood delle scene o con parti del racconto. É accaduto mentre giravo Lady Vendetta, un’opera che nel suo DNA aveva moltissime influenze barocche. In quel caso grandissima influenza su di me hanno avuto le musiche di un grandissimo compositore italiano come Vivaldi. Molti brani della colonna sonora di quel film, se la si ascolta con attenzione, sono ispirati ai suoi componimenti. Invece per la mia pellicola più recente, No Other Choice, avevo pensato sin dall’inizio alle musiche di Mozart. E infatti quando ho iniziato a scrivere le scene, già nella descrizione indicavo il titolo del brano di Mozart che avrei voluto utilizzare come accompagnamento. Nell’incipit del film si assiste al ritratto tipico di una famiglia felice, ma si ha immediatamente la sensazione che si tratti solo di apparenza, che sotto quella maschera si nascondesse al contrario qualcosa di triste e di inquietante. Quella è stata in assoluto la prima scena che ho scritto e da subito ho pensato che per restituire tale sensazione la musica di Mozart fosse perfetta.
D: Nei suoi film lo spazio non è mai neutro, in particolare nella “trilogia della vendetta”: dalla stanza-prigione di Old Boy agli ambienti chiusi e controllati di Lady Vendetta, l’architettura diventa quasi una forma di costrizione, una legge, che incanala il desiderio dei personaggi. Allo stesso tempo si assiste a scelte formali molto precise. Come costruisce insieme i suoi collaboratori questa grammatica visiva in cui spazio, corpo e immagini rendono visibile la tensione tra impulso e controllo?
Park Chan-wook: Con i miei collaboratori, a cominciare dall’art director e dal direttore della fotografia, iniziamo a lavorare moltissimo tempo prima dell’inizio delle riprese. Anche se esiste una sceneggiatura che descrive scena per scena cosa, come e dove accadrà una data azione, gettando le fondamenta di quello che poi andremo a vedere sullo schermo, durante le riprese possono esserci dei cambiamenti. Cambiamenti, questi, che possono scaturire da un’idea che si manifesta in quella fase o direttamente sul set, magari in seguito a un confronto con uno dei miei collaboratori. Questo per dire che ci sono sicuramente delle basi solide di partenza sia dal punto di vista narrativo che tecnico, ma tutto può subire delle modifiche in corsa. Io ritengo di essere una persona molto logica, ma girare film non è per niente un lavoro logico. Ho sicuramente delle idee di massima sull’anima, sul look, sullo stile di ripresa o su che tipo di fotografia vorrei adottare per quel film, tuttavia durante la pre-produzione mi capita il più delle volte di non essere convinto al 100% di certe cose e pur rimanendo con il dubbio inizio comunque quella fase. Parlando tanto e confrontandomi attentamente con i capi-reparto che lavoreranno con me nella realizzazione del film di turno riesco a sciogliere quei dubbi e a risolvere le questioni in sospeso. Rispondendo alle loro domande spesso trovo i tasselli mancanti. Da quei confronti e dalla rilettura dello script prendono così forma e sostanze quelle che poi saranno le scelte formali ed estetiche che caratterizzeranno le singole opere.
D: Anche se il prossimo per la prima volta sarà un film storico ambientato nel Far West dal titolo The Brigands of Rattlecreek, lei ha realizzato prevalentemente opere estremamente contemporanee. Questo è un po’ il frutto del fatto che è sempre più difficile lavorare in America e farsi produrre progetti che criticano la società odierna, mentre il Far West continua a essere un ottimo sfondo, un’ottima metafora per raccontare il presente. E se da questo dipende il qualche modo con le difficoltà che ha avuto a produrre a suo tempo in America, No Other Choice, tanto da doverlo poi realizzare in Corea.
Park Chan-wook: In Corea agli inizi ho realizzato storie legate a vicende del passato, vedi ad esempio Joint Security Area, anche la già citata miniserie per la BBC, The Little Drummer Girl, parlava degli anni Settanta di Palestina. Questo per dire che nella mia carriera ho avuto modo di confrontarmi con vicende ambientate in epoche passate. Lo stesso No Other Choice, nonostante non si occupi di vicende storiche, parla e fa comunque ironia sul Capitalismo. Di conseguenza era già in partenza difficile trovare dei produttori disposti a investire su un film incentrato su una critica feroce al Capitalismo e ottenere dei finanziamenti negli Stati Uniti per realizzarlo. Il mondo del cinema americano non è così chiuso, così di destra, come si dice, ma è molto libero. Non è che ho avuto zero investitori, c’era qualcuno interessato, ma i fondi messi a disposizione non erano sufficienti per girare un film. Per questo motivo ci ho messo quindici anni e ho deciso di realizzarlo in Corea con un budget più basso. Il prossimo progetto invece è ambientato nel Far West e riguarda le sue origini, quelle di un Paese nato nel sangue e con la violenza. Ed è di questo che volevo parlare. E per farlo dovrò seguire le orme di un regista come Sergio Leone, che questa storia l’ha raccontata e rievocata prima di me, ma non imitando il suo stile, bensì rifacendomi allo spirito con il quale ha dato vita a quei capolavori.
D: Nei suoi film spesso i personaggi continuano ad andare avanti anche quando tutto sembra perduto. Dove ha trovato la forza di andare avanti nonostante le tantissime difficoltà incontrate dai suoi primi film? È stata la rabbia, l’amore per il cinema o la paura di rinunciare a una parte di sé a guidarla in quei momenti?
Park Chan-wook: Quando ero giovane in Corea c’era moltissima ingiustizia sociale e politica. Per la gioventù dell’epoca non è stato per nulla facile portare avanti i propri sogni. Sicuramente è stata la rabbia e il desiderio di rivalsa a guidare me e tantissimi come me che volevano fare arte in Corea. Negli anni Ottanta frequentavo l’Università e in quel periodo il Paese era soffocato da una dittatura militare. Ci ha spinto proprio la rabbia contro quella dittatura. La storia coreana parla di separazione, quella tra i governi del Nord e del Sud, con tutte e due le parti che sono andate avanti usando l’ideologia e i tra i popoli per conquistare il potere. La Corea del Sud puntando su uno sviluppo economico veramente troppo rapido basato sulla rivalità e la concorrenza ha generato una situazione molto severa e violenta. Il gap che si è venuto a creare di conseguenza tra ricchi e poveri è enorme. La mancanza di cultura e di politiche sociali in Corea è molto grave. La mia prima preoccupazione è rivolta proprio all’individuo che prova a sopravvivere in una società come questa. Adesso quando faccio un film penso a tre cose e provo a combinarle: la società, l’essere umano e il genere ideale per provare a rappresentarli.
D: Lei è reduce dalla giuria al Festival di Cannes dove ha potuto tastare il polso della situazione vedendo film provenienti dalle diverse aree geografiche che provano a rispecchiare la difficile situazione in cui versa l’umanità di oggi. Cosa secondo lei sta facendo il mondo del cinema in termini di reazione per tentare di cambiare il corso della Storia?
Park Chan-wook: È una questione molto difficile e altrettanto importante. Questa è quel tipo di domanda che mi fa sentire impotente, proprio perché è estremamente complesso dare una risposta. Quando mi capita di attraversare dei momenti di negatività, il cinema in più di un’occasione mi ha aiutato a reagire, a trovare delle soluzioni a dei problemi. Penso che l’Arte in generale, il cinema compreso, abbia il potere e la capacità di aiutare l’individuo e la società della quale fa parte a cambiare, o quantomeno a comprendere i propri errori per non ripeterli. Noi come artisti dobbiamo metterci in ascolto della realtà per poi rappresentarla e attraverso queste rappresentazioni raccontare ciò che vediamo, ma senza fare né propaganda politica né tantomeno marketing.
D: In una filmografia ricca e variegata come la sua c’è stato spazio anche per un film a episodi come Three Extremes. Com’è stato suddividersi il lavoro con gli altri registi Fruit Chan e Takashi Miike, e se mai ripeterebbe un’esperienza come quella?
Park Chan-wook: Mi fa piacere ricordare un progetto non molto conosciuto del quale non ho avuto la possibilità di parlare spesso ed è bello ricordarlo in un’occasione come questa, qui a La Milanesiana. Si tratta di un film collettivo del 2004, una co-produzione tra Hong Kong, Corea del Sud e Giappone che abbiamo presentato in anteprima alla 61esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Mezzanotte. Poi se ne sono perse un po’ le tracce. Era composto da tre cortometraggi horror diretti da altrettanti registi asiatici, tra cui il secondo in ordine cronologico da me firmato dal titolo Cut, incentrato su una sanguinaria e sadica vendetta. Ha come protagonista un regista di successo chiamato ad affrontare una notte di terrore quando un uomo, che ha fatto da comparsa in cinque dei suoi film, prende in ostaggio sia lui che sua moglie per fare un gioco mortale. Per me era qualcosa di completamente nuovo e il produttore ci aveva dato carta bianca e grande libertà sia dal punto di vista creativo che dei contenuti. Sono stato molto contento di avere realizzato un lavoro come quello, proprio per la libertà espressiva che ci è stata data, che mi ha permesso di sperimentare e misurarmi con un genere per me inedito. Ricordo che come riferimento mi sono ispirato tanto al cinema di Dario Argento. In più mi è stata data la possibilità di firmare un’opera con due colleghi che stimo tantissimo come Fruit Chan e Takashi Miike.
D: L’ironia è un elemento sempre molto presente nei suoi film. Lei spazia spesso dal grottesco al macabro. Come mai sceglie questo linguaggio? L’aiuta a rendere meno violente e quindi più accettabili alcune parti delle sue storie? No Other Choice su tutti è pieno di questi tocchi.
Park Chan-wook: Quando realizzo un film ci sono dei principi che voglio seguire fino in fondo. Per come la intendo io, la parola humour secondo me non rispecchia pienamente quelle che sono le mie intenzioni. Penso che più che ironia io utilizzi il paradosso e l’assurdo. La combinazione di questi elementi con la violenza estrema provoca qualcosa che si avvicina a un effetto che potremmo definire grottesco. Il grottesco per quanto mi riguarda però né diminuisce il livello di violenza né la purifica.
Francesco Del Grosso









