Dolor y Gloria

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9.0 Awesome
  • VOTO 9

Vertigine autoriale

In occasione di Julieta (2016) ci eravamo posti la seguente domanda: definitiva eclissi di un autore o semplice pausa di riflessione, in cui l’ispirazione ristagna e si accartoccia su se stessa in attesa che tornino stimoli autentici, più intensi e penetranti? Ebbene sì, in tempi recenti il cinema del grande regista spagnolo pareva essersi perso per strada, sfumando quasi nella propria caricatura. Fortunatamente la grandezza di Almodóvar è tornata ora a rifulgere. E lo ha fatto, paradossalmente, attraverso un’opera cinematografica che potrebbe essere considerata, per certi versi, alla stregua di un autodafé. Dolor y Gloria è vertigine pura. La mise en abyme di un cruciale ripensamento della propria parabola artistica, che tuttavia non assume mai connotati ridondanti, pomposi o gratuitamente pesanti, lasciando anzi respirare il melodramma con una leggiadria d’altri tempi. Anche quando si mette in scena il dolore, trasfigurato qui nel nome di un’accettazione stoica degli eventi.

Il distacco, quindi. La partecipazione emotiva e il distacco. Si muove tra queste due polarità Dolor y gloria, autentica summa della poetica almodóvariana fatta pesare sulle solide spalle di Antonio Banderas. Il celebre attore, che aveva esordito proprio con Almodóvar in Labirinto di passioni (1982), si ritrova qui ad impersonare un regista non più giovane, Salvador Mallo, su cui già gravano le avvisaglie della depressione e di un apparentemente inarrestabile declino fisico. Nel rappresentarne la profonda crisi esistenziale, un Almodóvar niente affatto timoroso di specchiarsi nelle proprie angosce non vuole neanche risparmiare allo spettatore quei dettagli, accompagnati da apposite animazioni e disegni esplicativi, che associano al protagonista le malattie e disfunzioni corporee più disparate. Quest’arte della digressione e lo stesso eclettismo stilistico, parziale presa di distanza da un materiale narrativo potenzialmente incandescente, sembrano oggi accomunare tra loro cineasti dall’indole diversissima: vedi ad esempio il Lars von Trier di Nymphomaniac (2013) e La casa di Jack (2018), oppure il coreano Kim Ki-duk, da qualche anno a questa parte sempre sul punto di perdere e poi ritrovare l’ispirazione. Come se i percorsi di certi autori in crisi d’identità, ma talmente consapevoli di ciò da saper sublimare tale impasse in opere cinematograficamente maestose, tendessero poi a convergere naturalmente verso pressoché analoghe strategie rappresentative. Si resta semmai ulteriormente turbati dal peculiare approccio del Maestro iberico, avendolo sentito affermare che “il tasso di autobiografia presente in Dolor y Gloria sul fronte dei fatti è il 40 per cento, ma per quello che riguarda un livello più profondo, si tratta del 100 per cento“. Ciò dà inevitabilmente alle coloriture sentimentali del film, alla sua vocazione antologica e a quell’elegia del dolore così intimamente avvertita un sapore diverso.

Partecipazione emotiva e distacco, siamo sempre lì. Nell’oscillare tra la precarietà del presente e gli estremamente vividi ricordi infantili rievocati in flashback (laddove un’altra presenza emblematica, quella dell’incantevole e materna Penélope Cruz, definisce ulteriormente i contorni simbolici dell’opera), la vicenda umana dell’alter ego sullo schermo Salvador Mallo si colora tanto di laceranti drammi personali che di uno slancio creativo balbettante, soffocato, che però ancora cova sotto le ceneri dell’umor nero, provocando di tanto in tanto scintille. Si approda così al meta-teatro quale intima catarsi del protagonista ed indispensabile gioco di specchi. I personaggi di contorno del racconto non appaiono più figurine sbiadite, bidimensionali, come in Julieta o in qualcun altro dei lungometraggi recentemente realizzati, tornando anzi ad essere presenze vive, possenti, carnali; corrispondano pure tali presenze a quelle figure femminili accarezzate con indicibile affetto, sin dagli esordi, dalla macchina da presa del cineasta spagnolo; o siano invece maschili oggetti del desiderio, efebici alcuni ed altri più consumati, maturi, se non addirittura sulla via del tramonto. Il cinema di Almodóvar ha così riacquisito di colpo quella fluidità che credevamo compromessa, perduta. Del resto è proprio la prevalenza dell’elemento liquido, fluido, a partire dalle cangianti e magmatiche macchie di colore dei titoli di testa (la cui cura formale è altro tratto fondante di tale filmografia), per passare poi attraverso il filtro di richiami continui, costanti, allo scorrere dell’acqua, l’aspetto stilistico (e indubbiamente metaforico) che si impone con maggior pregnanza. Tant’è che il problema di salute dal quale Salvador si sente più minacciato, ovvero quella persistente difficoltà a deglutire, da cui la tendenza a strozzarsi regolarmente, in quanto ostruzione evidente del flusso vitale rientra a pieno titolo nella toccante e sottile allegoria. Gli accertamenti che circoscriveranno la portata di suddetto malessere, scongiurando mali peggiori, assumeranno un valore parimenti soterico: per la volontà del protagonista di tornare a vivere una vita piena, come anche per la vigoria di un grande autore cinematografico il cui respiro, artisticamente parlando, si era fatto affannoso.

Stefano Coccia

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