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Gene Hackman, non è un addio

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Il duro dal cuore gentile

Inutile sottolineare l’enorme talento recitativo di Gene Hackman. Chiunque abbia amato – e ami ancora – il Cinema è perfettamente consapevole di quale enorme traccia abbia lasciato il nativo di San Bernardino nel mondo della Settima Arte. E non desta nemmeno troppo stupore il modo in cui Hackman ha lasciato la vita terrena: come un fatto di cronaca estrema, trovato senza vita assieme alla compagna di un’esistenza, Betsy Akarawa, ed il loro cane. Praticamente un congedo da noir vecchio stampo. Addentrandoci nel campo delle ipotesi si potrebbe pensare che Hackman abbia deciso che – all’età di novantacinque anni – fosse arrivato il momento di abbandonare il mondo assieme ad i suoi affetti, anche se sembra che la moglie fosse deceduta prima di lui. Ma insomma, come minimo sollievo, lasciateci pensare che sia stato lui, fedele al proprio personaggio ideale cinematografico, a decidere il momento di dire basta.
Definirlo un interpreta di razza rende un’idea ancora non veritiera. Hackman era un purosangue, nato per la recitazione. Quindi lavorava a getto continuo, quasi sempre nobilitando ogni opera di cui faceva parte. In alcuni casi, tipo La conversazione (1974) di Francis Ford Coppola o Bersaglio di notte (1975) di Arthur Penn, Gene Hackman è stato il film. Cioè il principale artefice di lungometraggi costruiti sulle sue solide spalle. E soprattutto sull’immagine che proiettava di sé stesso. Quella dell’uomo tutto di un pezzo, in apparenza abile conoscitore del mondo, che vede le proprie certezze sgretolarsi sequenza dopo sequenza. Solo esempi. In molti altri casi ci si recava al cinema solo per la sua presenza nel cast. Consapevoli che, comunque, avremmo assistito ad uno spettacolo di livello. Anche in opere dichiaratamente di genere come il bellico Bat*21 (1988) di Peter Markle oppure Rischio totale (1990) di Peter Hyams, piccolo manuale di come elevare ad alti livelli un thriller dalla trama piuttosto scontata.
Capolavori unanimemente riconosciuti. Cult movie spesso secondo un giudizio personale. Come Colpo vincente (Hoosiers, 1986) titolo di riferimento per tutti gli amanti del basket ma anche un manifesto di valori incrollabili, dai quali non è possibile prescindere. Una volta trovato, beninteso, l’attore perfetto ad incarnarli. Tale Gene Hackman, ovviamente. Cosa dire poi dell’incontro con Wes Anderson, autore in possesso di uno stile personalissimo nonché immediatamente riconoscibile? Scintille sul set – raccontano i bene informati – ma risultato memorabile. I Tenenbaum (The Royal Tenenbaums, 2001) è rimasto nei cuori di parecchi cinefili.
Attraversando generi differenti, come si addice ad attore autentico e profondo, ci sarebbe poi da aprire una corposa parentesi riguardo al Gene Hackman “cattivo”. Gelido e impenetrabile ne Gli Spietati (Unforgiven, 1992) il suo coetaneo Clint Eastwood gli fornisce il trampolino per suo secondo premio Oscar – il primo arrivò con l’indimenticabile detective de Il braccio violento della legge (French Connection, 1971) di William Friedkin – in un’opera che segna, da un punto di vista morale, la fine del genere western epico come nostri padri lo avevano conosciuto. Un ruolo, quello dello sceriffo senza pietà, poi ripreso nel ludico Pronti a morire (1995) di Sam Raimi, divertissement con un numero straordinario di citazioni sparse qua e là. Impeccabile. Ed è triste ancorché inesatto, che qualcuno abbia scritto che con Hackman se ne va “il cattivo di Hollywood”.
Osservando con attenzione la filmografia di Gene Hackman ci si accorge del numero impressionante di autori di primo piano con cui ha lavorato. Oltre ai già menzionati impossibile non citare Woody Allen, Nicolas Roeg, Sydney Pollack, Alan Parker, Mike Nichols e molti altri. Tante tessere di un mosaico che è andato a comporre il Cinema che abbiamo sempre amato. E che resterà per sempre vivo nella memoria di tutti. La morte, in fondo, altro non è che il compimento di un percorso esistenziale. Resta la vita. L’Arte sopra tutto e tutti. Gene Hackman era già da tempo entrato nell’Olimpo dalla porta principale.

Daniele De Angelis

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