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Mogwai: If the Stars Had a Sound

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VOTO: 6.5

Docufilm sulla band scozzese dalla carriera trentennale

Non sono molte le band che, dopo trent’anni, possono dirsi ancora felicemente in pista. Gli scozzesi Mogwai, che per il nome si sono ispirati alle creature magiche del film Gremlins del 1984, sono uno di questi tenaci gruppi musicali che, seppur fra inevitabili avvicindamenti tra i musicisti, portano avanti una carriera che continua a dare i suoi frutti e le sue soddisfazioni, seguiti da un pubblico ormai fedele.
Non sorprende quindi che a loro sia stato dedicato il docufilm Mogwai: If the Stars Had a Sound, che partendo da un momento difficile per tutti, il primo lockdown causato dalla pandemia nel 2020, ha visto comunque nascere il decimo album dei rockers di Glasgow: “As the Love Continues”, un successo che un anno dopo, nel febbraio del 2021, ha raggiunto la vetta della classifiche britanniche, trainato dal singolo “Dry Fantasy”. Questa ulteriore, felice tappa, che ha illuminato peraltro uno dei momenti più bui della storia recente, è dunque l’ispirazione per tornare al 1995 e ripercorrere la storia dei Mogwai, cominciando dalla formazione originale composta da Stuart Braithwaite, Dominic Aitchison e Martin Bulloch, seguiti presto dall’arrivo del batterista Brendan O’Hare (il quale però si è allontanato dopo appena un anno), del chitarrista John Cummings (che dal 2015 ha preferito una carriera solista) e poi, nel 1997, dal multistrumentista Barry Burns.
Presente quest’anno alla undicesima edizione del festival torinese SEEYOUSOUND, dedicato alle convergenze tra cinema e musica, quello prodotto dalla Visit Films è certamente un titolo che si avvale di una grande quantità di documenti visivi, tra cui fanno piacevolmente sorridere soprattutto i più datati, girati negli anni Novanta o nei primi anni Duemila con telecamere e nastri magnetici, che mostrano volti giovani, mode desuete e tanta genuina passione. Veri e propri pezzi di storia che restituiscono un modo coraggioso e ingenuo di produrre musica. Una scalata al successo che si muove fra interviste zeppe di ricordi, retroscena e un pizzico di nostalgia che non guasta. Va detto però che il risultato finale sembra essere stato confezionato pensando soprattutto ai fan invece che ad un pubblico più ampio, considerando che i tempi sono straordinariamente dilatati e spesso, tra un’intervista e l’altra, sono inseriti intermezzi musicali particolarmente lunghi estrapolati da concerti, da sessioni di prove o da fasi di registrazione negli studi. Diventa così una narrazione a tratti priva di mordente, dove al momento di appassionarsi alla storia della band scozzese si deve interrompere il flusso degli eventi, magari perdendosi in svariati minuti tra le confuse riprese fatte tra i movimenti nei backstage. L’impressione è quella di un’operazione realizzata con cuore e passione, ma forse in alcuni passaggi un po’ autoreferenziale.
Per chi ama il rock, per chi sente la mancanza di un altro modo di fare musica e, ovviamente, per chi è un estimatore dei Mogwai, si tratta comunque di una piacevolissima ora e mezza e di una preziosa testimonianza su come mantenere alta la qualità di una band anche sfidando il tempo che passa inesorabile. preziosa testimonianza su come mantenere alta la qualità di una band anche sfidando il tempo che scorre inesorabile.

Massimo Brigandì

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