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Robert Redford, The Cinema Man

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Così eravamo

Alzi la mano, tra noi maschietti, chi non ha mai pensato di voler essere Robert Redford. La bellezza esteriore accomunata a quella interiore; successo assicurato con le donne e nella vita in generale. Cosa che Redford ha ottenuto in souplesse, come tipico delle persone dotate – almeno apparentemente – di gran classe. Eppure non c’è mai stata invidia, nei confronti di una persona semplicemente appartenente ad una categoria differente. Perciò risulta quasi incomprensibile apprendere che ora non ci sia più, scomparso ad ottantanove anni. Un’età in cui sarebbe sempre logico morire.
Che Robert Redford fosse baciato da una sorta di grazia divina ci sono pochi dubbi. Dopo una trafila televisiva il successo arriva alle soglie dei trent’anni. Opere quali La caccia di Arthur Penn (1966), A piedi nudi nel parco di Gene Saks (1967) e soprattutto Butch Cassidy di George Roy Hill (1969), lo proiettano direttamente nel ristretto novero dei divi cinematografici. Non basta ancora. Perché emerge con nitore anche una forte empatia con il pubblico, prontissimo ad immedesimarsi con quel viso d’angelo, da persona incapace di tradire e commettere peccati. Un personaggio, sul grande schermo, su cui riporre la propria fiducia, insomma. Un aspetto affatto trascurabile che verrà sfruttato con maestria da Sydney Pollack – certamente il regista di riferimento nella carriera di Redford – sia nelle incursioni nel selvaggio west in Corvo Rosso non avrai il mio scalpo! (meglio ricordare il titolo originale, saggiamente incentrato sul personaggio, Jeremiah Johnson, 1972) che nel thriller complottistico I tre giorni del condor (1975), dove Redford rappresenta al suo massimo storico l’uomo comune invischiato in una situazione drammatica enormemente più grande di lui. Sapendo farsi valere.
Un impegno civile, teso a smascherare ciò che di losco accade dietro le quinte del potere americano, che proseguirà per tutta la carriera di Redford, sia attoriale che registica. A partire dal successivo Tutti gli uomini del Presidente (1976) di Alan J. Pakula, opera ineguagliata nello svelare le malefatte di coloro che siedono nella proverbiale stanza dei bottoni. Chissà cosa accadrebbe, oggi, se produttori, registi ed interpreti dell’epoca fossero tuttora in vita ed in piena attività lavorativa.
A rafforzare l’immagine positiva del nostro, arrivano altri film. Titoli quali Brubaker (1980) di Stuart Rosenberg su un direttore carcerario progressista dove non dovrebbe e Il castello di Rod Lurie (2001), ancora un uomo contro la corruzione, testimoniano ulteriormente come Redford sia perfetto ad incarnare l’uomo solitario in lotta contro il cosiddetto sistema. E con lo scorrere del tempo si affacciano progetti quali All Is Lost di J.C. Chandor (2013), dove la lotta per la sopravvivenza si trasferisce in altri ambiti e Redford si trasforma in un eroe solitario con qualche assonanza alla figura retorica resa immortale da Clint Eastwood.
Il Redford regista non smentisce la sua aura. Esordio nel 1980 con il dramma famigliare Gente comune e subito Oscar nonché messe di elogi. Poi tante altre opere all’insegna di un mai sottostimato impegno, sociale e civile oppure semplicemente a salvaguardia della Natura. Come nell’ottimo In mezzo scorre il fiume (1992) ad esempio. Mentre nel 1994 Redford estrae dal cilindro il capolavoro per cui essere ricordato anche da regista, ovvero Quiz Show. Una magnifica scorribanda nel mondo dei quiz televisivi – antichi ma anche presenti – che svela la falsità e la corruzione di un ambiente solo in apparenza dorato e mitizzato. Meraviglioso.
Robert Redford – eternamente meritorio creatore del fondamentale Sundance Film Festival, vetrina e laboratorio per giovani talenti nel corso del tempo – forse è andato via, ma in realtà rimane a farci compagnia. Dentro di noi, o almeno di tutti coloro che lo hanno amato e apprezzato. Forse perché avrebbero voluto essere lui, anche solo per qualche istante.

Daniele De Angelis

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