La sinfonia della natura
Amante degli spazi aperti e selvaggi e dei viaggi estremi, Vincent Munier ha scelto la fotografia come strumento per trasmettere emozioni e raccontare gli straordinari incontri avuti nel corso dei decenni con la natura e il mondo animale attraverso scatti che sono esposti nelle più importanti gallerie d’arte in Francia e all’estero. Un approccio, il suo, che non è mai stato predatorio, bensì basato sull’invisibilità, l’attesa e la pazienza. Il ché gli ha consentito di immortalare e consegnare all’umanità immagini di struggente bellezza, potenza visiva e inestimabile valore scientifico. Lo stesso approccio e i medesimi risultati che dal 2021, ossia da quando ha deciso di passare alla regia, è possibile ritrovare nei documentari da lui diretti, a cominciare dal pluridecorato The Velvet Queen, che lo ha portato a filmare per svariate settimane in uno degli ultimi santuari del mondo selvaggio situato sull’altopiano tibetano, tra valli inesplorate e inaccessibili, alla ricerca di animali unici tra cui il leopardo delle nevi, uno dei grandi felini più rari e difficili da avvicinare. Quattro anni dopo è tornato dietro la macchina da presa con un secondo imperdibile progetto dal titolo Le chant des forêts (Whispers in the Woods), presentato prima dell’uscita nelle sale nostrane previsto nell’autunno 2026 con Wanted alla Festa del Cinema di Roma 2025 nella sezione Special Screenings e nel concorso della 74esima edizione del Trento Film Festival, laddove si è aggiudicato la prestigiosa Genziana d’oro per il miglior film e dove il pubblico, noi compresi, ha potuto goderne appieno in tutto il suo magnetico e indescrivibile splendore audiovisivo.
Con questa ultima fatica dietro la macchina da presa, già campione d’incassi tra le mura amiche e vincitore di due premi César (tra cui quello per il miglior documentario), Munier dagli altopiani del Tibet è tornato a casa, ossia tra le foreste e le montagne dei Vosgi, nell’est della Francia, un luogo dove è cresciuto e con il quale ha un legame profondissimo. Un legame viscerale e un ritorno tanto atteso che si sono tradotti in un magnifico viaggio visivo, sensoriale e poetico nei boschi, tra animali e suoni ancestrali che trasforma la natura in meditazione su tempo, memoria e vita. Le immagini colgono la fauna come solo lo sguardo di un fotografo sarebbe in grado di fare. Lunghi e pazienti appostamenti fatti di sapienti mimetizzazioni, frutto di anni di esperienza sul campo, rendono possibili la “cattura” di indimenticabili incontri con le diverse specie che abitano quei luoghi, alcune delle quali rare e complicatissime da immortalare. Munier e la sua troupe vi riescono e il risultato è a dir poco sbalorditivo, al punto da raggiungere vette emotive altissime in cui la fascinazione e la sorpresa cedono il testimone al più forte struggimento. Ciò alla quale si assiste e si ascolta nei novanta minuti a disposizione è una vera e propria sinfonia, in cui a fare la differenza oltre alle impattanti e performanti inquadrature è il lavoro impressionante e avvolgente di sound design che restituisce i paesaggi sonori stratificati del bosco, regalando allo spettatore di turno un’esperienza immersiva da brividi. Motivo per cui la visione e l’ascolto dell’opera in questione da parte dello spettatore non può prescindere dalla fruizione in una sala cinematografica dotata delle migliori tecnologie.
Sulla carta, Le chant des forêts si presenterebbe come un nuovo affascinante reportage naturalistico d’autore e in gran parte lo è, ma il regista di Épinal non si limita solamente a esplorare la bellezza selvaggia del paesaggio e a documentare bellissimi faccia a faccia con le creature che lo popolano (tra cui linci, cervi e il leggendario gallo cedrone, razza ormai scomparsa da quei territori per il quale la troupe e i protagonisti si sono dovuti spingere in Norvegia per provare ad avvistarlo). Al classico reportage si va infatti ad aggiungere una trasmissione della conoscenza tra generazioni. Questa volta, Munier utilizza la struttura di un racconto multigenerazionale davanti all’incanto stupefacente della fauna selvatica che ha come protagonisti lui stesso, suo padre Michel e il figlio dodicenne Simon. Nella timeline, basata principalmente sulla contemplazione e sull’osservazione, si innestano scene a lume di candela dei tre in una baita nei Vosgi che pongono l’accento sul l’anziano che racconta al più giovane delle storie, svelandogli i segreti della foresta. Ne scaturiscono tre punti di vista appartenenti ad altrettante generazioni che si fondono in un’unica fascinazione ed esperienza condivisa.
Francesco Del Grosso









