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William Friedkin, The Director

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Le Colonne d’Ercole

E’ stato un lungo viaggio. Immaginatevi un esploratore del Quattrocento o Cinquecento, tipo Colombo o Magellano, quando gli esatti confini del mondo non potevano ancora essere noti. Sovrapponete tali, leggendarie, figure al mondo del Cinema. Avrete un’idea concreta di chi possa essere stato William Friedkin, scomparso all’età di ottantasette anni in piena attività. Un regista capace di andare oltre qualsiasi limite imposto da regole non scritte, portando il lavoro di regia a vette inimmaginabili.
In tutti i lungometraggi che compongono la sua lunga carriera, anche quelli di secondo piano oppure dichiaratamente “alimentari”, sono presenti sequenze di bellezza obnubilante, trasparenti di una passione per la Settima Arte assolutamente insolita, tipica di quegli esseri umani che partono lancia in resta alla scoperta di un mondo nuovo. Il quale può allocarsi a cento metri da casa come a migliaia di chilometri di distanza.
Tra gli organi di stampa i necrologi abituali – almeno quelli che hanno dato un certo rilievo alla notizia della sua scomparsa – sciorinano i titoli de suoi capolavori più noti. Troppo facile. E limitativo. Perché William Friedkin non può essere ricordato solamente per Il braccio violento della legge (The French Connection, 1971) o per L’Esorcista (The Exorcist, 1973), opere peraltro su cui è impossibile non soffermarsi. Ma soprattutto per quelle che hanno, in qualche modo, contrassegnato in misura ancora maggiore la carriera, come ad esempio Il salario della paura (Sorcerer, 1977), remake del cult Vite vendute di Clouzot. Un fallimento economico per un’opera quintessenziale che andrebbe introdotta come testo basilare in ogni scuola di cinema che si rispetti.
Alla luce di questi fatti appare quasi inevitabile che la personalità dirompente di un regista come Friedkin sia spesso entrata in rotta di collisione con produttori desiderosi solo di portare il film ad un bilancio attivo. Titoli quali L’albero del male (The Guardian, 1990), da lui stesso disconosciuto, e Basta vincere (Blue Chips, 1994), peraltro godibilissimi, risentono in tutta evidenza di chiare interferenze produttive. Tutto nella norma di un ambiente dove talento e dollaro non viaggiano quasi mai di pari passo. Eppure – una volta trascorsi quegli anni Settanta che hanno rappresentato il periodo fecondo di Friedkin – bastava leggere il suo nome in cabina di regia per attivare l’interesse di cinefili e non solo.
Proprio negli anni settanta nasce, anche culturalmente, il Friedkin cineasta. Da quell’humus imprendibile tra post-sessantotto e desiderio di restaurazione. Ed il primo film (non il suo primo in assoluto) che lo segnala nel mondo hollywoodiano lo conferma appieno. S’intitola The Boys in the Band ed in Italia esce come Festa per il compleanno del caro amico Harold. Eterosessualità e omosessualità. Trasgressione e normalità. Friedkin si mette in luce, guadagnandosi la fama di regista “di destra”. Poi rafforzata con il controverso cult movie Cruising (id, 1980). Molto ingiustamente. Perché la Settima Arte, per definizione, non può e non deve rimanere imprigionata nella nefasta ragnatela delle ideologie. Si dimostra immediatamente, comunque, la capacità di Friedkin di non sottostare affatto ai limiti del genere, piegandolo invece a seconda delle proprie esigenze. Arrivano in sequenza i già menzionati Il braccio violento della legge – già allora rilettura estrema del noir metropolitano – e soprattutto L’esorcista, celeberrimo e seminale horror di possessione demoniaca in cui Friedkin gioca da maestro con la contiguità tra Diavolo e Chiesa. Un’opera per la quale ancora oggi ci si chiede come possa essere stata realizzata, vista la sua natura radicale e impressionante. Nulla di insolito, per un regista che già viaggiava avanti nei tempi. E allora facciamo anche noi un balzo in avanti, passando al 1985. Per Friedkin il meglio è già alle spalle. Eppure arriva un lungometraggio folgorante: Vivere e morire a Los Angeles (To Live and Die in L.A.). Manco a dirlo regia da consegnare alla leggenda, tra violenza dilagante, indagini sotto copertura e bene o male in totale mistificazione tra loro. Un film devastante.
Con lo scorrere degli anni la carriera di Friedkin declina, pur mantenendo la capacità di notevoli guizzi. Come altro giudicare titoli come Jade (id, 1995) o Bug (id, 2006) se non pregevolissimi residui cinematografici di un talento unico? Il magnifico Killer Joe (id, 2011), presentato ed osannato alla Mostra del Cinema di Venezia quello stesso anno, è l’ultimo colpo di coda del maestro: un uomo e un mondo di merda nel quale dibattersi, tra inganni e violenza. Quasi verrebbe spontaneo sovrapporre la figura del titolo – interpretata da Matthew McConaughey – a quella di Friedkin stesso, un pessimista universale che ha indagato a fondo sul senso del male, spettacolarizzando come pochissimi altri questa “indagine”.
Insomma, è stato un viaggio. Un lungo viaggio. Con un timoniere d’eccezione come William Friedkin e noi cinefili a bordo ad ammirare estasiati. Un viaggio che forse prosegue, in un altrove indefinito. Perché Friedkin non si fermerà di certo…

Daniele De Angelis

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