Alan Parker, un cinema in estinzione

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L’immagine e l’emozione

E così, questo assurdo e infausto 2020, si è portato via anche un altro grandissimo del cinema. Sappiamo bene che molti non saranno d’accordo con tale assunto, quando si parla di Alan Parker e delle sue opere. Perché il regista nativo della periferia londinese, classe 1944, è sempre stato divisivo per natura, accusato sin troppo spesso di privilegiare il classico colpo allo stomaco inferto al pubblico rispetto al risvolto morale delle storie narrate. Un regista, insomma, di superficie piuttosto che di sostanza. Una sorta di pregiudizio che ha gravato su Parker sin dai primi passi della sua carriera, mossi nel mondo della pubblicità al pari di connazionali e (quasi) coetanei come Ridley Scott, Adrian Lyne e Hugh Hudson. Un tratto distintivo che è divenuto, nel corso del tempo, una specie di marchio d’infamia. Molto ingiustamente, almeno nel caso di Alan Parker. “Reo” di aver compreso alla perfezione – e meglio dei colleghi appena citati – come la Settima Arte abbia in primo luogo il compito di coinvolgere e intrattenere, ancor prima di aprire le menti. Poiché senza la prima parte di tale processo non potrà avere luogo nemmeno la seconda.
Nato da famiglia proletaria, Parker ha reso concreto il concetto di cinema popolare in grado di emozionare, raccontando spesso storie di vita che da ordinarie divengono straordinarie. Declinandole tra l’altro secondo i generi più differenti.
Nella sua filmografia c’è di tutto e di più. Dal musical (Saranno famosi, 1980) al dramma post-bellico (Birdy – Le ali della libertà, 1984). Dal prison-movie (Fuga di mezzanotte, 1978) al melodramma famigliare (Spara alla luna, 1982). Dal dramma razziale (Mississippi Burning – Le radici dell’odio, 1988) al noir con venature orrorifiche (Angel Heart – Ascensore per l’inferno, 1987). Tutte opere accolte con diffidenza quando non supponenza dalla critica, eppure sempre in grado di lasciare una traccia indelebile nel ricordo dello spettatore. Spicca comunque un tratto comune, in storie tra loro lontane non solamente a livello temporale: la perfetta illustrazione del dramma interiore che affligge i vari personaggi messi in scena. Si potrebbe dunque dividere il cinema di Alan Parker in due categorie, tra opere riuscite in senso assoluto (la maggior parte) e fallimenti quasi annunciati. Nel primo gruppo troviamo racconti magniloquenti dal punto di vista formale ma intimi e personali rispetto a ciò che viene presentato sullo schermo; nel secondo affreschi storici tanto ambiziosi quanto pomposi, troppo inseriti in quei meccanismi hollywoodiani deteriori capace di banalizzare figure retoriche anche di un certo interesse. Ci riferiamo ovviamente ad Evita (1996), biopic su Eva Perón – interpretata malamente da Madonna – girato da Parker molto controvoglia. Ma anche ad opere in teoria pregnanti ma dal risultato inerte come Benvenuti in Paradiso (1990) e Morti di salute (1994). Parentesi negative che poco inficiano una filmografia in grado di segnalare un autore capace di imporre una specifica impronta anche in ambiti commerciali. E perciò sempre osservato con diffidenza dalla cosiddetta critica edotta.
Ora che Parker non c’è più bisognerebbe avere il coraggio di definire classici – o almeno punti di riferimento indifferibili anche in ambito transgenere – molte delle sue opere, a prescindere dai numerosi riconoscimenti ottenuti. L’indissolubile anelito di libertà che anima Fuga di mezzanotte; l’incidenza della guerra (Vietnam, nello specifico) sulle fragili psiche giovanili in Birdy; la viscerale lotta al razzismo illustrata, dove lo stesso alligna, in Mississippi Burning; la musica come elemento aggregativo del “piccolo” e bellissimo The Commitments (1991), dolceamaro racconto di crescita ambientato nel cuore pulsante di una Dublino raramente così vitale al cinema. Lungometraggi, questi ed altri, perfettamente in equilibrio tra racconto umanista e intrattenimento extra-lusso. Non da tutti. Anzi da pochi. Perché di registi del calibro di Alan Parker siamo ben consapevoli che non ne nasceranno più. E le emozioni costruite a tavolino dal cinema mainstream contemporaneo non incantano nessuno…

Daniele De Angelis

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