Home Festival Altri festival Deep Quiet Room

Deep Quiet Room

9
0
VOTO: 8

Alle origini del trauma

Oltre a ospitare una selezione delle migliori opere cinematografiche realizzate in Estremo Oriente, periodicamente il Far East Film Festival sottopone agli occhi attenti del pubblico di Udine qualche film che svolge, in un certo senso, il ruolo di ponte tra Est e Ovest. Tali prerogative appartengono senz’altro a Deep Quiet Room del taiwanese Shen Ko-shan. Innanzitutto perché tra i produttori del film, selezionato per la 28esima edizione della kermesse friuliana, vi sono due italiani, a loro volta cineasti colti e dallo sguardo ben educato: Carlo Hintermann e Gerardo Panichi. Ma anche, volendo, per quei pezzetti di mondo che la loro partecipazione al progetto pare portarsi dietro; dal commento musicale ossessivo e angosciante del compositore neozelandese Hanan Townshend (storico collaboratore di Malick), fino al contributo in montaggio del polacco Przemyslaw Chruscielewski. Un tocco da “vecchia scuola” europea, il suo, che per il sapersi adeguare alla cupezza di fondo della storia e a quella partitura per certi versi così glaciale può far pensare, specie nei momenti più umbratili, al cinema di Krzysztof Kieślowski come pure a quello di Michael Haneke.

Entrando nel merito del film, il certosino lavoro di Shen Ko-shan mette a frutto, nell’ambito della finzione cinematografica, precedenti ricerche del regista su trami profondi maturati in seno a differenti nuclei famigliari, che avrebbero dovuto concretizzarsi in un documentario sul così delicato argomento, ma che proprio per una forma di pudore e di riservatezza nei confronti del dolore provato da quelle persone hanno poi preso tutt’altra direzione.
Navigato film-maker, ex direttore del Taipei Film Festival e apprezzato docente cinematografico, l’autore taiwanese ha saggiamente ritenuto che il materiale fin lì raccolto potesse ispirare, in modo molto più calibrato, una ricognizione di sentimenti inespressi, rimozioni profonde ed esperienze di vita traumatiche, orientata invece verso la fiction. Non una drammaturgia forzata, “urlata”, naturalmente, semmai un grido di dolore a lungo inascoltato, appena sussurrato, congelato nel trascorrere degli anni e destinato quindi a un esito infausto e terribile.
“Scolpire il tempo” all’interno di un dramma familiare e potenziale thriller psicologico talmente intenso, morboso, ha significato in primis per il regista “rimontare” l’inizialmente enigmatica concatenazione di eventi in modo da introdurre gradualmente, nel ricordo, quegli elementi che avvieranno una coppia, apparentemente felice, verso la tanto brusca, crudele, definitiva interruzione del loro rapporto: il suicidio di lei, per di più incinta. Ma come si è arrivati a un gesto tanto estremo?

L’incipit di Deep Quiet Room, in sé splendido anche dal punto di vista formale, è un piano sequenza che ci mostra i due innamorati, Yu-ming (Joseph Chang) e Yi-ting (Ariel Lin), nella comfort zone rappresentata da una stanza assai silenziosa della biblioteca universitaria, teatro dei loro primi incontri. Un movimento di macchina fluido, arioso, sposta poi lo sguardo dello spettatore verso l’alto, facendolo quasi perdere nel pulviscolo atmosferico; pulviscolo che si percepisce appena ma che un occhio attento potrà infine rintracciare, emblematico leitmotiv, sul nero dei titoli di coda. Sono del resto luoghi chiusi, asfittici, opprimenti, che si tratti di stanze segrete della memoria o di interni concreti, reali, abitati dalla coppia e ripresi da angolazioni di volta in volta diverse, il palcoscenico di una storia sentimentale destinata ad andare ben presto in frantumi, per la pressoché totale assenza di dialogo su quegli episodi traumatizzanti del passato che hanno segnato per sempre la vita della donna. Solo a tragedia compiuta il vedovo, fin lì colpevolmente “distratto” e troppo poco empatico, avvierà la detection necessaria a comprendere retroscena importanti di quella decisione senza ritorno, mettendo peraltro a fuoco il ruolo ambiguo e oscuro dell’anziano padre di lei (King Shih-chie), rimasto a vivere per una tragica ironia della sorte proprio a casa del genero.
Il rigoroso, finanche austero lungometraggio di Shen Ko-shan compie così la sua severa indagine psicologica nella crisi di coppia, nei più torbidi meandri di un ordinamento famigliare segnato da abusi, affrescando i momenti chiavi di quella sindrome post traumatica complessa destinata qui a manifestarsi, dai primi sintomi al desolante epilogo, in modo tanto logorante quanto, alla resa dei conti, implacabile.

Stefano Coccia

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

9 − quattro =