L’oro grigio
Il coltan (contrazione di columbite-tantalite) è un minerale fondamentale per l’elettronica moderna, utilizzato per produrre tantalio, essenziale per i condensatori di smartphone, computer e tecnologie avanzate. È risaputo che l’80% circa delle riserve mondiali di questa materia prima essenziale per la produzione dei nostri più comuni dispositivi elettronici si trova nella Repubblica Democratica del Congo, dove l’estrazione spesso finanzia conflitti armati, sfruttamento minorile e condizioni di lavoro disumane. A fare luce su tutto questo, nel tentativo di portare all’attenzione dell’opinione pubblica lo scempio e l’immensa tragedia che si consuma a causa della speculazione delle grandi potenze industrializzate che ne traggono profitto, ci ha provato lo scioccante documentario Le Sang et la Boue (Of Mud and Blood) di Jean-Gabriel Leynaud, presentato in concorso alla 74esima edizione del Trento Film Festival, laddove si è aggiudicato la genziana d’argento per il miglior contributo tecnico-artistico. Un riconoscimento, questo, meritatissimo con il quale la giuria ha voluto sottolineare non solo le qualità dell’opera, ma anche il coraggio che la contraddistingue e le capacità dell’autore di scavare nel senso letterale del termine, rivelandoli e smascherandoli, nei meccanismi di un persistente post-colonialismo, ma soprattutto nella folle logica del capitalismo globalizzato degli anni 2020.
Il regista e direttore della fotografia francese ci immerge nel cuore di Numbi, un piccolo villaggio nascosto tra le montagne della parte orientale Repubblica Democratica del Congo sconvolto dalla corsa al coltan. I suoi abitanti – minatori, commercianti, poliziotti, prostitute e insegnanti – sono stretti nella morsa tra la schiavitù dell’attività mineraria e il reclutamento da parte di fazioni armate desiderose di controllare questa ricchezza. Attraverso i loro destini intrecciati vediamo come l’oro grigio plasma la vita quotidiana di un popolo. rovinata dagli effetti insidiosi di un sistema di sfruttamento e di un conflitto che sfugge al loro controllo.
Le Sang et la Boue segue la filiera dall’estrazione alla commercializzazione. Il risultato è un documentario d’inchiesta che non fa sconti al fruitore, al quale l’autore sbatte in faccia la dura e cruda verità. La mente torna al potentissimo Workingman’s Death Michael Glawogger che presenta cinque ritratti sul lavoro manuale nel XXI secolo e al più recente Silver di Natalia Koniarz, anch’esso presentato e vincitore di un riconoscimento (il premio della Giuria) alla kermesse trentina, in cui la regista ci porta nelle miniere di Potosí, in Bolivia, tra le più antiche e ancora attive al mondo, per documentare le condizioni di lavoro estreme. Con immagini atroci, spietate e senza filtri, Leynaud mostra situazioni massacranti di lavoro manuale e di sopravvivenza, lontano dallo scomparire nonostante le conquiste tecnologiche e che al contempo sta divenendo “invisibile” come le persone costrette a farlo per un compenso irrisorio.
Francesco Del Grosso









