Regression

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Dove l’ho già visto?

Il passato è feticcio indiscusso dell’Alejandro Amenabar horror.

Il filo conduttore immediatamente rintracciabile, a 15 anni dalla sua ultima prova nel genere e a 20 dalla prima, è proprio questo. Il che potrebbe essere giudicato un semplice giocare con i topoi, dato che l’horror si nutre da sempre tramite quel cordone ombelicale, ma in Amenabar vi è qualcosa di più di un semplice omaggio al lessico di genere.

L’atto di regredire, qui così esplicito e dichiarato sin dal titolo, implica diverse cose: dando ascolto alla Treccani, si può parlare di “tornare indietro, retrocedere”, “tornare indietro, peggiorare”, “diventare meno intensa, diminuire”, “tornare a uno studio più arretrato dello sviluppo psichico”.

Se questo ci possa aiutare nella comprensione del film va ponderato. Un film, tra l’altro, che più che passato sembra non avere futuro, complici le critiche generalmente molto dure e gli incassi insoddisfacenti che sembrerebbero precludere a Regression una memoria duratura nella linea storica del cinema di genere.

Critiche ingenerose, perché se la forma di Tesis e The Others aveva probabilmente raggiunto vette più nobili, conferma Amenabar come brillante interprete pensante della paura.

Amenabar che, dicevamo, il passato lo ingloba da sempre, anche da spettatore: ancora una volta ha riferito come punto di riferimento l’horror psicologico degli anni ’60 e ’70, che in The Others era diventato amore stalker e che qui sorride al folk horror, ai soliti noti Rosemary’s Baby, The Omen, L’Esorcista per rintracciare linee archetipe (quindi il passato).

Un’intenzione che Amenabar smaschera subito: non gli interessa il gioco, né la destrutturazione grammaticale, né i personaggi. L’intero film svela sé stesso in un battito d’occhio, massacrando il feto whodunit sin da subito, depotenziando il pathos thriller e annichilendo il cliché del poliziotto tormentato: la pioggia onnipresente che sa di esistenzialismo noir farebbe sembrare una volontà di avvolgere il protagonista, un Ethan Hawke sempre più a suo agio nella sua nuova carriera horror (dopo Sinister e La Notte del Giudizio), in un confessionale graduale e doloroso. Invece Amenabar lo lascia piatto, del tutto privo di quel passato che è sale dell’opera: nulla si sa di Bruce all’inizio e così rimarrà alla fine. Il suo tormento è hic et nunc, la vicenda non è anticamera di una ferita e una storia altre.

Si potrebbe pensare dunque a una sterile fase di stallo: una detective story risolta in un nulla, un protagonista che non ha spessore, una vittima (una Emma Watson forse attorialmente troppo pudica per il ruolo) che non graffia e un film che in linea generale non ha grande potenza cinematografica, a giustificare in parte i pollici versi della giuria critica. Nemmeno nella visione del sabba, o nelle soggettive dell’ipnosi regressiva, c’è la grandeur visiva che il pubblico horror richiede.

È un film più pensato che fatto e nella ricerca storica attuata da Amenabar va trovato il vero punto vincente. A interessare il regista fu infatti il proliferare di panico di massa, negli Stati Uniti degli anni ’90 (regredire, tornare indietro), verso una presunta rete di sette sataniche diramata lungo tutto il suolo americano che si sarebbe macchiata anche di terribili crimini come sacrifici umani, bambini compresi. Non è mai stata trovata alcuna prova che appoggi la tesi, ma ciò non impedì che tv ed editoria bombardassero la comunicazione statunitense con questo terribile sospetto.

Furono gli effetti a stuzzicare Amenabar, più che il fatto in sé. In Satana non cerca Satana, né l’uomo; Regression si disinteressa dell’interpretazione sovrannaturale, così come di quella scientifica. Non a caso la risposta data dal film è chiara: la scienza, qui rappresentata dall’ipnosi regressiva (tecnica sperimentale screditata nel corso degli anni), non dà più risposte della religione.

Non l’uomo, ma lo sguardo dell’uomo è il grande punto focale del pensiero amenabariano nel film. Credere – sembra volerci chiedere il regista – è sapere? E il nostro credere/sapere dà vita all’oggetto che prendiamo in considerazione? Nel momento in cui l’immaginario collettivo diventa radicato a tal punto da essere protagonista della nostra quotidianità e del nostro essere, diventa esso stesso realtà? Nel momento in cui un numero considerevole di membri di una società crede in tale realtà, cosa succede? È in fondo la stessa provocazione artistica che diedero i Monty Python molti anni fa, nello sketch in cui un palazzo creato da un illusionista era perfettamente agibile e integro, a patto che gli inquilini ci credessero. Ed è una riflessione che in parte abbiamo già tentato di dare lo scorso ottobre, in occasione del ventennale di Forgotten Silver.

Un punto di forza del film è infine la performance di uno degli attori più trascurati del panorama, l’inglese David Thewlis, conosciuto prevalentemente per le sue prove nella saga di Harry Potter ma che nei trent’anni di carriera avrebbe meritato molti più riconoscimenti, arrivati praticamente solo per Naked di Mike Leigh (e si parla di 23 anni fa). Se il film è un saggio di sguardi, il suo giganteggia, linea di demarcazione che fa da pendolo tra l’impenetrabilità della razione e il buio delle paure più passionali: il suo personaggio, lo psicologo Kenneth Raines, presenza di equilibrio e smarrimento, parla di mente come universo. E sa – o lo capisce nel corso dei film – che non c’è paura più razionale e inscalfibile del dubbio che si insinua nella razione che non riesce a vedere confini.

COMMENTO ALL’EDIZIONE BLU RAY MIDNIGHT FACTORY

La “fabbrica di mezzanotte” continua imperterrita il suo lavoro di ossigenazione di un mercato, quello horror, che in Italia da troppo tempo necessitava di respirare. Con il blu ray di Regression si conferma l’alta qualità tecnica, con BD-25 ad aspect ratio 2.40:1 e livello audio/video che rende piena giustizia alla fotografia di Daniel Aranyó e la colonna sonora di Roque Baños.

Amaray come d’abitudine Midnight avvolta da slipcase, il blu ray vince anche e soprattutto per il reparto extra, che batte le avversarie made in USA e UK. Infatti queste si limitano ad offrire i neppure 10 minuti di featurette, mentre Midnight Factory mette a disposizione anche le interviste ai due protagonisti Ethan Hawke ed Emma Watson e al regista Alejandro Amenabar. È però purtroppo prassi, va detto, che le interviste di produzione impongano domande e risposte proforma: tradotto, il nulla, ma col sorriso.

Si divincola parzialmente dalla noia zuccherata l’intervento più lungo (oltre 20 minuti), quello di Amenabar, soprattutto nell’elogio di due nomi sconosciuti al pubblico generalista ma stimatissimi tra i cinefili e gli addetti ai lavori: la scenografa Carol Spier, anima gemella artistica di David Cronenberg a partire da La Zona Morta, e Sonia Grande, fidata costumista dello stesso Amenabar ma anche dell’Allen del triennio 2011-4 e dell’Almodovar di Parla con lei, Gli abbracci spezzati e Julieta. Dulcis in fundo, immancabile l’appuntamento con il booklet critico curato da Manlio Gomarasca e Davide Pulici di Nocturno.

E ancora una volta, la mezzanotte ci è dolce.

regression-blu-ray-midnight-factorySPECIFICHE

    • BD-25, Aspect ratio 2.40:1
    • Lingue Italiano 5.1 DTS-HD Master Audio, Inglese 5.1 DTS-HD Master Audio
      • Sottotitoli italiani (sia per il film che per gli extra)
      • Intervista a Ethan Hawke (10’10”)
      • Intervista a Emma Watson (11’52”)
      • Intervista ad Alejandro Amenabar (21’58”)
      • Featurette (9’39”)
      • Trailer (1’40”)

– Booklet con commento critico di Manlio Gomarasca e Davide Pulici, fondatori di Nocturno

Riccardo Nuziale

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