Julieta

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4.5 Awesome
  • Voto 4.5

La ballata degli annegati

Definitiva eclissi di un autore o semplice pausa di riflessione, in cui l’ispirazione ristagna e si accartoccia su se stessa in attesa che tornino stimoli autentici, più intensi e penetranti? Per il bene che vogliamo ad Almodóvar, si spera ovviamente che sia la seconda ipotesi a giustificare simili incidenti di percorso. Eppure un film come Julieta fa restare perplessi. Perché in controluce vi si scorgono i temi e le ossessioni che da sempre contraddistinguono il regista spagnolo, ma la confezione visiva è così sciatta, le svolte narrative così posticce, certi dialoghi così pacchiani, tutto insomma così irrisolto da far apparire l’opera recentemente presentata in Concorso al Festival di Cannes una pallida ombra di quanto realizzato in precedenza. E dire che nel recente passato non erano mancati altri mezzi passi falsi: l’azzardo narrativo rappresentato da La pelle che abito (2011) non ci aveva convinto del tutto, per esempio. Ma lì almeno vi era una capacita di osare, giocando magari con le possibilità più estreme del perturbante cinematografico, di cui in Julieta restano soltanto tracce scarnificate.

Entrando nello specifico, il film costituisce in ogni caso l’ennesimo tentativo di scavare nell’universo femminile, risvegliando tensioni sopite e ponendo gli eventi più traumatici della narrazione al servizio di una sofferta indagine introspettiva, immersa poi in un particolarissimo brodo di coltura: quello per cui un possibile assetto matriarcale va a irrorare le relazioni (famigliari, amicali, di pura competizione o d’altra natura) tra donne nelle quali il rapporto con l’elemento mascolino, la cui tendenza a sopraffare non è a sua volta immune da fragilità, si manifesta sin dall’inizio in forme problematiche e precarie.
A partire dalla scelta (almeno quella ottima) delle due attrici, la sensuale Adriana Ugarte per Julieta da giovane e la più posata Emma Suárez per Julieta matura, la centralità del personaggio di Julieta è il passaggio obbligato per esplorare le tappe di una progressiva trasformazione, che prende corpo dalla comparazione tra un ancora enigmatico presente e i traumi destinati ad affiorare, poco alla volta, da un turbolento passato. La cesura più forte, all’interno di tale percorso, è senz’altro la scomparsa in mare del bel Xoan (Daniel Grao), l’uomo amato da Julieta e padre di loro figlia, annegato per un’imprudenza compiuta in seguito a una pesante scenata di gelosia, che lascerà nella donna non pochi rimpianti e sensi di colpa. Ma questo, pur svolgendo un ruolo decisivo, è soltanto uno tra gli svariati colpi di scena e tragici eventi che, oltre a verificarsi con una frequenza sospetta, sono introdotti nel racconto in modi che lasciano dubbiosi, anche per le risposte emotive dei personaggi coinvolti.

Troppe situazioni da operetta. Troppe rivelazioni da feuilleton annacquato. Troppi confronti verbali da soap televisiva e inquadrature banalmente morbose, per far sì che l’intenzione di sviluppare un mélo disturbante e finanche struggente vada in porto coi tempi giusti. Certe cesure narrative ottengono invece l’effetto opposto, annaspando negli stereotipi e nel ridicolo. Succede così che la poetica più genuina di Pedro Almodóvar fatichi a raggiungere i personaggi, riemergendo a tratti giusto negli ambienti da loro percorsi, nel design di un appartamento, nella foggia provocatoria di una statuina. O magari in quel dettaglio del tatuaggio di Xoan ancora visibile, seppur sbiadito, dopo il ritrovamento del corpo in mare: unica inquadratura veramente memorabile, da brividi sotto la pelle (letteralmente), che ci fa in qualche modo sperare che il grande cineasta iberico, un giorno o l’altro, possa ritrovare la rotta.

Stefano Coccia

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