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Il prigioniero

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VOTO: 6

Le sue prigioni

Scorrendo nell’ormai trentennale filmografia di Alejandro Amenábar si può notare come il regista premio Oscar si sia interessato in più di un’occasione ad esistenze e storie realmente accadute. Quella di Miguel de Cervantes raccontata in Il prigioniero (El cautivo), nelle sale nostrane con Lucky Red dal 10 giugno 2026 dopo l’anteprima mondiale al Toronto International Film Festival 2025, è la più recente in ordine cronologico ad essere stata portata sul grande schermo. Non è la prima volta infatti che il cineasta spagnolo-cileno realizza il biopic di una figura nota legata al passato e dalla portata storica rilevante. Suoi sono infatti quelli sulla matematica, astronoma e filosofa greca-alessandrina Ipazia (Ágora) e sul filosofo e scrittore Miguel de Unamuno (Mientras dure la guerra). Con l’ultima fatica dietro la macchina da presa, Amenábar aggiunge così un nuovo ritratto alla sua personale galleria, che per dovere di cronaca comprenderebbe anche quello del Ramón Sampedro di Mare dentro.
Per quanto concerne Il prigioniero, il regista fa leva sulle scarse informazioni storiche sul conto del celeberrimo scrittore, poeta, drammaturgo e militare spagnolo, autore di uno dei racconti più famosi di tutti i tempi, Don Chisciotte della Mancia. Se del romanzo in questione, pubblicato in due volumi nei primi anni del XVII secolo, oggetto di un numero cospicuo di trasposizioni (non ultima quella di Fabio Segatori con Alessio Boni nei panni del protagonista), si sa di tutto e di più, al contrario del e sul vissuto di chi lo ha dato alla luce le notizie a disposizione sono piuttosto vaghe e frammentarie. In tal senso, la storia è piena zeppa di casi di opere che hanno offuscato, messo in secondo piano o addirittura superato in termini di fama l’autore. Questo non è propriamente il caso dello scrittore madrileno e del suo capolavoro, ma poco ci manca. Del resto del e sul de Cervantes, sconosciuto illustre, vi sono in circolazione e sui volumi di storia tante di quelle che oggi chiameremmo fake news. Di lui si sa pochissimo, come ad esempio che è stato soprannominato il “monco di Lepanto” per via della perdita dell’uso del braccio sinistro a causa del grave ferimento nella celebre battaglia, e che non esistono ritratti originali autentici. Nient’altro di più. Il ché ha contribuito ad avvolgere la figura di de Cervantes di un alone di mistero.
Quelle narrate ne Il prigioniero sono le (dis)avventure di un giovane de Cervantes nell’Algeria del 1575, quando soldato ventottenne al servizio della Marina spagnola venne ferito in battaglia e tenuto prigioniero dai corsari ottomani. Una morte crudele lo attende, se i suoi compatrioti non riusciranno presto a pagare il riscatto; ma, tra le mura della sua cella, Cervantes scopre un rifugio inaspettato: l’arte del racconto. Intessute di resilienza e speranza, le sue storie incantano i compagni di prigionia e attirano l’attenzione di Hasan, l’enigmatico e temuto Bey di Algeri, dando vita a un legame segreto tra carceriere e prigioniero. Mentre le tensioni in città aumentano e i sospetti si fanno sempre più pericolosi, Cervantes, spinto da un incrollabile senso di ottimismo, elabora un audace piano di fuga. Ed è proprio su questo che si basa la nuova pellicola di Amenábar, che riavvolgendo le lancette dell’orologio si è andata a focalizzare su un periodo ben preciso e appena accennato nei libri di testo, ossia quello dei cinque anni di prigionia ad Algeri, laddove pare siano emersi anche aspetti mai confermati circa la possibile omosessualità dello scrittore.
Ovviamente il film non ha il suddetto aspetto come baricentro narrativo e drammaturgico, anche perché lo rende parte integrante e non dominante, ma l’ipotetica omosessualità del protagonista rientra nella necessità di costui di adattarsi alle circostanze e viverle in segretezza, in una condizione emergenziale di sopravvivenza. Il rapporto fra lui e il Bajà è un punti nevralgici della vicenda, ma non il perno centrale su e intorno al quale ruote e si sviluppa l’intero racconto. Il prigioniero non è dunque la storia del coming out di de Cervantes e sarebbe un duplice errore nei confronti della corretta lettura dell’opera e delle intenzioni di Amenábar pensare il contrario. Da questo punto di vista la pellicola del regista di Santiago del Cile ricorda, con le dedite distanze e diversità del caso, il Guido de La vita è bella. Il cineasta, che del film ha firmato anche lo script e la colonna sonora, è interessato ad altro, ovvero alla lotta per la sopravvivenza in un ambiente ostile dove fame e torture sono all’ordine del giorno di un cantastorie che prova a salvarsi grazie alla fantasia e alla capacità di rendere attraenti le vicende più terribili.
Ne scaturisce un dramma storico che serve all’autore per raccontare l’essere umano, prima che iniziasse il suo lavoro come scrittore, e al contempo per parlare dell’arte di raccontare storie. Queste due componenti si mescolano e finiscono con il sovrapporsi con la trama principale che si fonde il più delle volte con i racconti di fantasia narrati del protagonista. Un “gioco” che all’inizio funziona e intriga, ma che nel suo diventare sistematico nell’arco delle due ore e passa di timeline alla fine si fa ripetitivo e meccanico. Ciò appesantisce la fruizione, rendendola sempre meno appassionante e coinvolgente, a scapito della confezione di buona fattura e delle interpretazioni convincenti e credibili di Julio Peña e Alessandro Borghi, rispettivamente nei panni del protagonista e di Hasan.

Francesco Del Grosso

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