Scrum

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Diritti alla meta

Lo Sport, indipendentemente dalla disciplina in questione, ha sempre avuto e continuerà ad avere una certa presa e fascinazione sullo spettatore cinematografico (e non solo). Questo perché le emozioni che un’opera a carattere sportivo riesce a fare scaturire nel fruitore, attraverso il racconto e la visione di gesta grandiose, spettacolari e dal sapore epico compiute dagli atleti di turno sui rispettivi campi di gara, sono molteplici, oltre che tremendamente coinvolgenti e appassionanti. Se poi il suddetto DNA entrasse in contatto, mescolandosi senza soluzione di continuità, con quello di un’opera incentrata sul tema dei diritti umani, a quel punto le percentuali di ottenere un binomio perfetto non possono che crescere in maniera esponenziale. Ciononostante, non si tratta di una formula infallibile, per cui i rischi e le possibilità di avere risultati inversi sono altrettanto elevati. In tal senso, la storia della Settima Arte ce lo ha ampiamente insegnato. Quando, al contrario, tutti i tasselli del mosaico trovano la giusta collocazione e gli ingredienti della ricetta danno origine a una buona alchimia, allora il successo è il più delle volte garantito. L’ennesima dimostrazione ci viene da Scrum di Poppy Stockell, presentato in anteprima italiana alla 30esima edizione del Festival Mix Milano, nel concorso documentari.
Negli ultimi anni il binomio tra sport e diritti umani, infatti, si è affacciato sempre di più nelle sale e nel circuito festivaliero, con tutta una serie di pellicole che hanno raccontato esperienze significative e importanti, con un occhio di riguardo ai temi della detenzione, dell’immigrazione e dei senzatetto, passando attraverso discipline come il basket (The Team di James Marsh), il calcio (i vari Liberi Nantes Football Club di Francesco Castellani, Frammenti di Libertà di Alessandro Marinelli e Loro di Napoli di Pierfrancesco Li Donni) e il rugby stesso (Un bel coraggio di Giorgio Terruzzi e Marcello Pastonesi). Quest’ultima è anche la disciplina sportiva al centro di Scrum. Del resto, il titolo è già di per sè una chiara dichiarazione d’intenti, con la parola “scrum” che, secondo il gergo rugbistico, una volta tradotta significa non a caso “mischia”, ossia una delle azioni di gioco più ricorrenti nell’arco di una partita.
Stockell ci porta al seguito di un gruppo di rugbisti omosessuali, provenienti da diverse parti del mondo, appartenenti alla squadra dei Sydney Convicts. Alla loro guida un coach molto agguerrito di nome Charlie. L’obiettivo è quello di ottenere un buon posizionamento nella gay rugby world cup. Per vedere come andrà a finire, ovviamente, vi rimandiamo alla visione, perché ne vale davvero la pena. Quello che possiamo anticiparvi, però, è che sarà una cavalcata entusiasmante, poiché è l’esperienza in sé e l’importanza di quanto è accaduto realmente prima e durante il torneo a esserlo.
Narrativamente parlando, Scrum viaggia su un doppio binario parallelo che finisce con il convogliare nel momento in cui avrà inizio la competizione. Doppio binario che, a sua volta, scorre lungo due macro-blocchi, ossia quello della preparazione (con allenamenti, tattica e convocazioni) e quello del torneo. Ma non è tutto, c’è poi un altro doppio binario, altrettanto chiave, che va ad alimentare l’architettura del racconto: da una parte le esperienze individuali di alcuni atleti e dall’altra quella collettiva della squadra. Di fatto, Stockell accompagna gli spettatori in un viaggio intimista nelle vite di un atleta canadese molto sicuro di sé, di un giovane escursionista irlandese e un giapponese fuori dagli schemi. Ma si tratta soprattutto della storia di una squadra di atleti omosessuali (torna alla mente il divertentissimo Iron Ladies di Yongyoot Thongkongtoon), che sogna la classificazione nella gay rugby world cup. Una squadra nella quale nessuno dei componenti ama stare in panchina e nessuno  gioca per gloria personale. A questo incrocio di binari si vanno ad aggiungere naturalmente, in maniera armoniosa e mai conflittuale, i temi portanti del progetto: la rivendicazione dell’identità sessuale e l’abbattimento del pregiudizio sull’impossibilità degli atleti gay di poter praticare uno sport mascolino e fisico come il rugby.
Una stratificazione drammaturgica che al contrario di altri progetti qui non genera alcun cortocircuito e intasamento. Merito del lavoro dietro la macchina da presa e soprattutto del montaggio, che insieme creano un collante e un reciproco completamento. Il cineasta australiano cattura e restituisce con la medesima cura narrativa e formale tutte le componenti e le fasi, dando origine a un equilibrio e a una scorrevolezza davvero rare per questa tipologia di film. Si è soliti, infatti, assistere a continue sovrapposizioni degli elementi chiamati in causa, con l’aspetto sociale che finisce con il fagocitare quello agonistico. Il grande merito di Stockell e del suo lavoro sta proprio nell’avere impedito che ciò si verificasse. Scrum è un documentario che fa del bilanciamento e dell’unione dei fattori, il risultato di una splendida equazione. La confezione che accoglie il tutto è di altissimo livello, impreziosita da musiche e sonorità magnetiche e adrenaliniche, ma anche da una fotografia e da soluzioni tecniche di forte impatto (i super slow motion o le soggettive realizzate tramite camere go pro, posizionate sui caschetti degli arbitri e di alcuni giocatori). Insomma, non vi resta che trovare e vedere questo emozionante esempio di cinema del reale, dove forma e contenuto hanno raggiunto una splendida fusione.

Francesco Del Grosso

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