Non mi uccidere

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Tra “Sopramorti” e “Benandanti”, entrambi benauguranti, per il cinema italiano

Per quanto il film fosse già da tempo disponibile sulle piattaforme, vi era grande attesa (ed emozione, diciamolo pure apertamente), per la prima apparizione in sala di Non mi uccidere, il lungometraggio di Andrea De Sica programmato quale evento speciale nella serata d’apertura del Fantafestival 2021. La proiezione è avvenuta il 2 giugno al Nuovo Cinema Aquila. E, nonostante qualche estemporaneo disturbo nella traccia audio, la reazione entusiasta del pubblico ha ripagato tutte le aspettative. Ne condividiamo in gran parte le ragioni: oltre ad annoverare spunti narrativi assai intriganti, Non mi uccidere sul grande schermo ha un impatto particolarmente coinvolgente, felice, in virtù della fotografia ricca di suggestioni e di un’estetica tutt’altro che scontata nel panorama italiano.
Veniamo subito al punto: reduce dal più che discreto lungometraggio d’esordio, I figli della notte, Andrea De Sica in questa sua seconda opera per il cinema ha evidenziato una maturazione, l’auspicabile crescita, riallacciandosi a un’analoga attenzione per i turbamenti adolescenziali, ma incanalando l’incandescente sostrato narrativo in un progetto senz’altro più ambizioso.

Opere come Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti o Il ragazzo invisibile di Gabriele Salvatores sono la dimostrazione che qualche sporadica incursione nel fantastico, anche da parte del nostro cinema mainstream (ed escludendo quindi la miriade di prodotti più “autarchici” e artigianali), può dare buoni frutti. Dal canto suo, in questo nuovo lavoro Andrea De Sica ha esibito persino più coraggio portando a temperatura di fusione un immaginario d’oltreoceano composito, che pare muoversi dalle più sanguigne produzioni orrorifiche di qualche decade fa, vedi Near Dark della Bigelow o Vampires di John Carpenter, per approdare ai rischiosi “riti di passaggio” messi in scena nelle più recenti saghe per teenager, in primis Twilight; da ribaltare catarticamente, però, in modo che alla loro edulcorata e un po’ frigida essenza si sostituisca strada facendo un approccio ben più ruvido, passionale, scabroso.
Nella fattispecie, il rapporto tra i giovanissimi Robin (Rocco Fasano) e Mirta alias Luna (Alice Pagani), complice una fine violenta raggiunta con un bel pizzico di incoscienza, porterà entrambi in quella sofferente dimensione tra la vita e la morte, che li costringerà a una serie di scelte e di azioni decisamente brutali. Rompendo ben presto l’illusorio incanto di quel morire insieme per risvegliarsi insieme. E il fatto che Non mi uccidere si proponga per certi versi come un Twilight “alla rovescia” (intelligente era senz’altro l’iniziale piano distributivo, abortito per la prolungata chiusura delle sale cinematografiche, che con macabra ironia l’avrebbe portato al cinema proprio nel periodo di San Valentino), potrebbe essere rimarcato persino dalla presenza scenica così forte di Rocco Fasano, fisicamente quasi un Cullen nostrano, apocrifo…

Per restare in tema: casting eccellente, con in prima fila una Alice Pagani che, a parte forse qualche parola “masticata” un po’ troppo velocemente nei dialoghi, ha saputo reggere ottimamente il ruolo, alternando sullo schermo una timidezza quasi patologica e quei fremiti improvvisi, violenti, dati dalla sua nuova natura. Altrettanto iconica la figura dell’altra “trasformata”, Sara, una bravissima Silvia Calderoni capace di porsi in gioco con una foga da Rape & Revenge ed esibendo orgogliosamente quel taglio di capelli sbarazzino, tale da rievocare un pochino pure l’indimenticabile Jenny Wright del già menzionato Near Dark – Il buio si avvicina.
Più in generale, ben in parte gli interpreti giovani. E nota di merito poi per la grande attrice chiamata a interpretare la mamma di Mirta, quell’Anita Caprioli che abbiamo rivisto con enorme piacere al cinema e che in poche scene ha saputo infondere un tocco profondamente umano al suo personaggio. Passando dall’umano e un “disumano” diverso da quello dei cosiddetti “Sopramorti”, ma ancor più inquietante e soprattutto spregevole, villain d’eccezione si è qui rivelato l’ambiguo, luciferino Fabrizio Ferracane, nei panni di Luca Bertozzi leader a sua volta dei misteriosi “Benandanti”. Costoro sono immaginati come una setta formata da gente priva di scrupoli che, dopo aver represso per secoli la stregoneria con una brutalità inaudita, ha individuato nei Sopramorti il nuovo Male cui dare la caccia. Con non meno spietatezza oggi che nel passato inquisitorio. Insomma, il team di sceneggiatori composto da Gianni Romoli, dal collettivo Grams e dallo stesso De Sica ha distillato qui, con classe, alcune gocce di non urlato ma pungente anticlericalismo che, tra l’altro, sembrano avere un’eco in quell’inquadratura finale del Cupolone, osservato da Mirta e Sara quasi in senso di sfida… e preludendo a un possibile sequel, che vista la bontà delle idee espresse finora non sarebbe certo una pensata inopportuna. Saremmo infatti i primi ad auspicare un prosieguo delle avventure post mortem di Mirta e dell’acceso scontro tra Sopramorti e Benandanti!

Tirando le somme: a partire dalla presentazione delle creature, descritte con un misto di orrore ed empatia, associando poi spavaldamente tratti più vicini all’archetipo dello Zombie (i corpi degli umani smembrati famelicamente) e altri che rimandano al Vampiro (le ferite rigenerate dopo essersi nutriti), Non mi uccidere è un prodotto cinematografico che sorprende per freschezza e originalità, soprattutto se paragonato agli orizzonti talvolta asfittici di certe altre produzioni italiane. E un buon contributo lo ha dato di sicuro il “mestiere”, evidente nel buon ritmo della narrazione come pure nella ricerca delle location adatte, nella resa ansiogena dei diversi spazi e in quella colonna sonora, magnifica (e lode anche in questo ad Andrea De Sica, cui è fin troppo facile dire che la musica ce l’ha nel sangue), che accompagna l’inasprirsi della lotta, il continuo susseguirsi di fughe e incontri, come un battito convulso, deciso, selvaggio.

Stefano Coccia

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