Keep Me Company

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5.0 Awesome
  • voto 5

Suspense pool

Non è assolutamente detto che un horror o un thriller devono per forza contenere nelle loro pieghe, o addirittura far leva, su scene da grandguignol o mozzafiato. La storia del cinema è lastricata di opere del terrore o gialli in cui tutto l’incubo e la paura si sostengono attraverso il non visto o il “vedo e non vedo”. Si potrebbe citare, per quanto riguarda la suspense, Sir Alfred Hitchcock, che in molti dei suoi superbi thriller ha saputo costruire e mantenere l’inquietudine, e menzionare per quanto concerne l’horror tanto un paio di classici della RKO, ovvero Il bacio della pantera (Cat People, 1942) di Jacques Tourner o Il giardino delle streghe (The Curse of the Cat People, 1944) di Gunther von Fritsch e Robert Wise, quanto alcuni recenti horror che basano la paura su del finto Found Footage, come ha dimostrato il capostipite – Low Budget – The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair (The Blair Witch Project, 1999) di Daniel Myrick ed Eduardo Sánchez o come ha promulgato con successo, attraverso svariati suoi prodotti, la Blumhouse Productions. Keep Me Company (Faz-me companhia, 2019) di Gonçalo Almeida, sebbene abbia altri intenti, tendenti più a un approccio psicologico, sfrutta al massimo l’idea di non mostrare e tenere alta la suspense.

Pellicola presentata al 41º Fantafestival, Faz-me Companhia segna l’esordio nel lungometraggio del giovane Almeida, antecedentemente autore di ben 10 cortometraggi. Per questo debutto nel racconto cinematografico lungo, Gonçalo Almeida firma in solitaria anche la sceneggiatura, e qui si notano i primi difetti dell’approccio. Riempire i canonici novanta minuti significa attuare una calcolata colata degli avvenimenti, saper costruire una suspense visiva già a livello di scrittura, per non delegare poi il tutto alla messa in scena. Silenzi o rarefatti dialoghi, a volte con riflessioni colte, non imbottiscono il vuoto, e tra l’altro non sempre sono soluzioni valide, bisogna saperle maneggiare. Pericolo maggiore s’incorre quando si decide di costruire una storia con al centro due soli personaggi, optando tra l’altro per due figure dello stesso sesso, che devono confrontarsi a distanza ravvicinata e senza altri contatti. È vero che in tal modo ci si può impegnare alla costruzione dei personaggi (sempre che non si cada in banalità) e dedicare più attenzione alla direzione delle attrici, ma è pur vero che bisogna saper condurre i due personaggi fino al termine della trama senza annoiare lo spettatore. Almeida sembra che abbia preferito delegare tutta l’emotività all’immagine, imbastendo levigate scene che si sorreggono su una perenne inquietudine, che scaturisce principalmente dal luogo prescelto, ovvero una villetta sperduta. Centro suadente e deviante di questo grazioso chalet è la piscina. Questa placida vasca nasconde un qualcosa di misterioso, d’impalpabile che si insinua nel rapporto tra le due donne (che per inciso sono amanti). Faz-me companhia sembra in alcune sequenze recuperare quelle atmosfere oniriche cesellate da Jesús Franco, tipo nel personale Delirium (Succubus, 1968). Tensione e suspense che scaturiscono dallo straniamento di un personaggio dentro la scena (che sarà poi del delitto). Per tanto si potrebbe dire una pellicola di Franco realizzata con più soldi, ma altresì con molta meno fantasia e infarcita di troppi simbolismi (il sangue, l’acqua, il buio).

Roberto Baldassarre

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