Schegge di Ottanta: Il buio si avvicina

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Sotto mentite spoglie

Correva l’anno 1987 quando i cinefili dell’intero globo terracqueo si appuntarono di getto il nome di Kathryn Bigelow come regista da tenere sotto stretta osservazione. Previsione, per una volta, ben più che azzeccata. Essendo poi divenuta, la regista californiana, autrice conclamata di un cinema personalissimo nonché immediatamente riconoscibile nonostante lo scorrere degli anni.
Ma torniamo a spostare le lancette del tempo nel passato. Il film in questione, come tutti gli appassionati certo sanno, era ed è Il buio si avvicina (Near Dark). La sua opera seconda dopo il precedente The Loveless, risalente a ben sei anni prima e rimasto inedito nelle sale italiane. Senza girarci troppo intorno, fu un’autentica folgorazione. Capita sovente, a coloro benedetti dal talento, di utilizzare i primi exploit artistici mettendo in mostra le proprie passioni. A distinguersi è ovviamente il modus operandi con il quale il gesto viene messo in pratica. Nel caso de Il buio si avvicina la Bigelow da vita ad un formidabile processo di contaminazione tra generi. Quasi un manifesto della postmodernità del cinema di allora, realizzato con tutta la possibile purezza consentita. Cinema nobile che si finge serie B. Perché Near Dark è un western “mascherato” da film vampiresco. Crepuscolare come sia il titolo originale che quello italiano suggeriscono. Sam Peckinpah ibridato magistralmente con un orrore che prende le mosse dalla diversità. Tale è infatti considerato il vampirismo nel film. Questo anche se il termine vampiro/a non è mai pronunciato nel corso del lungometraggio. Sorge spontaneo, nella descrizione della famiglia, nomade e allargata, “affetta” da tale disturbo, il parallelismo con i nativi d’America. Perseguitati fino alla quasi estinzione dai cosiddetti normali, gli wasp per eccellenza. Troppo facile ricondurre il tutto nella sotto-categoria filosofica dell’homo homini lupus. Nel secondo lungometraggio della Bigelow è presente ben altro. Per cominciare una forma di romanticismo così estrema da procurare la morte, nel caso tale conseguenza possa servire, illusoriamente o meno, a salvare l’amato/a. E, neanche a dirlo, tale pulsione alligna solamente tra i vampiri del film. Gli unici capaci di provare tale sentimento a tutto tondo. Se il vampirismo è un virus – tanto per rimanere in tema con l’incredibile realtà che stiamo vivendo mentre scriviamo queste righe – trasmettibile attraverso il morso e l’aspirazione del sangue, appare evidente, per la Bigelow e il cosceneggiatore del film Eric Red – al tempo già messosi in prepotente evidenza con lo script di The Hitcher – La lunga strada della paura (1986) di Robert Harmon. I due collaboreranno anche nel successivo Blue Steel – Bersaglio mortale (1990) – come la metafora sessuale dell’atto possa fungere da preludio ad una forma d’amore assolutamente viscerale e passionale.
L’impresa allora è compiuta; e non era affatto di facile raggiungimento. Far empatizzare il pubblico con la disfunzionale famigliola di vampiri del film. Metterli nei loro panni. La necessità di nutrirsi e quella di amare. Due elementi primari in un mondo degradato dal capitalismo, dalla strenua lotta per il territorio e il presunto benessere che ne consegue. Un’opera universale che sembra girata ieri, per quanto i suoi contenuti risultino sempre attuali; perché le pulsioni umane possono evolversi e mutare forma, ma senza cambiare più di tanto.
Il buio si avvicina poggia dunque su un equilibrio alchemico tra immagine e numerose istanze (sociali, politiche, emozionali; oltre che cinematografiche nella loro interezza) dall’immagine stessa veicolate. In seguito la suprema bravura della Bigelow consisterà nello sfumare in misura sempre maggiore tale separazione, arrivando a girare opere in cui sarà la semplice sequenza filmica a rendersi da sola significante e significato. Pensiamo ad esempio a Point Break – Punto di rottura (1991) o anche Strange Days (1995), lungometraggi in tal senso del tutto avanguardistici. Che poi il cinema della Bigelow sia andato incontro ad un altro, ennesimo, cambiamento, ciò rientra nell’ordine naturale delle cose. Soprattutto per merito della riconosciuta abilità di una delle autrici – ed il discorso va obbligatoriamente esteso anche alla categoria maschile, senza distinzioni di sesso – più importanti del cinema contemporaneo.

Daniele De Angelis

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