Lo chiamavano Jeeg Robot

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9.0 Awesome
  • voto 9

Supereroi degli anni ottanta a Roma nell’era dei Social Network

Ambientare nel 2015 una storia di supereroi è certamente rischioso. Farne un lungometraggio con attori in carne e ossa, diviene addirittura azzardato. Se poi si ambienta il racconto nella periferia romana, all’interno di una cornice quanto mai attuale, dove i problemi e i riferimenti sono quelli realmente legati alla realtà capitolina, si rischia di sfiorare il provocatorio. E Gabriele Mainetti ha voluto giocarsi il tutto e per tutto per una pellicola, Lo chiamavano Jeeg Robot, il cui scroscio degli applausi da parte del pubblico ancora rimbomba nella sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma, dove è stata proiettata in anteprima in occasione della Festa del Cinema edizione 2015.
Già noto su youtube per i suoi cortometraggi Basette e Tiger Boy, il giovane regista romano si presta per la prima volta al grande schermo, e lo fa con una pellicola originale, ironica, ma ricca di spunti di riflessione e passaggi talora poetici.
Enzo Cecchetti è un pregiudicato cresciuto a Tor Bella Monaca, un sobborgo costruito nel 1983 nella periferia romana, nato sotto i migliori auspici, ma divenuto nel tempo un quartiere povero e malfamato, dove la criminalità regna sovrana, e sopravvivere senza cadere nelle trame della malavita è quasi impossibile. Conscio e vittima di questa difficile realtà, Enzo vive in solitudine, e trascorre le sue giornate tra piccoli furti, tafferugli e scorpacciate di budini alla vaniglia, regolarmente consumati davanti ai film pornografici. Finché un giorno, nel bel mezzo di una colluttazione, cade inavvertitamente nel Tevere, ed entra in contatto con una sostanza radioattiva che gli dona dei poteri straordinari. Incapace di gestirli, li sfrutta inizialmente per portare avanti la sua attività di piccolo criminale. Ma poi conosce Alessia, da lui definita “matta scocciata” perché convinta di avere a che fare con nientepopodimenoché Jeeg Robot, e pertanto consapevole che i superpoteri che la sorte gli ha donato serviranno per salvare l’umanità. E la storia di un microcriminale dotato di poteri speciali, destinato a morire di budini alla vaniglia e film porno, al limite proiettati su costosi maxi-schermi ottenuti grazie a rapine più sostanziose, assume un’altra piega e si trasforma in un vero e proprio scontro tra onesti e malavitosi, cittadini e camorristi.
L’originalità, la freschezza e la capacità di adattare un format, stravisto nei cartoon degli anni ottanta, al nostro contesto, dettano il ritmo di questa commedia che verrà senz’altro apprezzata anche dal grande pubblico. Se poi le doti di un regista in erba come Mainetti si uniscono alla capacità di attori come Claudio Santamaria, irriconoscibile per quei venti chili in più che ha dovuto indossare per entrare appieno nella parte, o Luca Marinelli, qui nel ruolo di un criminale ossessivo-compulsivo e con pericolose manie di protagonismo, il prodotto non può che uscire di qualità.
Supereroi americani, manga giapponesi, strizzate d’occhio al cinema tarantiniano e un’interessante indagine socio-psicologica sulle conseguenze della cattiva gestione dei Social Network, in grado di renderci famosi anche solo per pochi minuti: Gabriele Mainetti è riuscito a inserire tutto nei 112 minuti in cui scorre la sua originale pellicola, e lo ha fatto coniugando gli elementi in modo fluido e mai stonato, inserendo buoni spunti di riflessione senza mai risultare paternalistico.

Costanza Ognibeni

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