Racconto del terrore
Parlare di Pupi Avati in una recensione sarebbe abbastanza riduttivo. Un autore prolifico come lui merita non un articolo, bensì un editoriale e prossimamente lo faremo. Dopo quasi sei anni dal suo ultimo film di genere gotico, Il signor Diavolo, uscito nel 2019, seguito in questi anni da Lei mi parla ancora, Dante e La quattordicesima domenica del tempo ordinario, Pupi Avati a ottantasei anni suonati, compiuti per esattezza il 3 novembre, ritorna al cinema con L’orto americano, tratto dal suo omonimo romanzo edito da Solferino, raccontando nuovamente una storia terrificante in una regione bellissima e alquanto suggestiva, come l’Emilia Romagna, e in particolare la città Bologna e provincia. Il film è stato presentato fuori concorso alla 81° edizione della Mostra Internazionale del cinema di Venezia.
Per il suo cinquantacinquesimo lungometraggio, il regista bolognese, colui che dopo il successo del cult movie La casa dalle finestre che ridono, venne definito il Polanski della Pianura Padana, si concentra su un amore di un ragazzo per una donna incontrata casualmente, che lo porterà a venire a conoscenza dell’improvvisa e alquanto misteriosa scomparsa di quest’ultima, collegata da tre atroci delitti compiuti da un uomo con cui lei aveva avuto una relazione.
Attraverso gli occhi del protagonista, il giovane scrittore in erba, interpretato in maniera egregia da un straordinario Filippo Scotti, ritroviamo la stessa tipologia di personaggi avatiani che si sono innamorati al primo sguardo, come Angelo Beliossi che si innamora perdutamente di Francesca Babini ne Il testimone dello sposo (1997), o Nello Balocchi ne Il cuore altrove (2003). Ed è attraverso questo innamoramento che il protagonista cerca di trovare una verità che lo potrà condurre al suo amore. Siamo ancora una volta in un’Italia appena devastata dalla Seconda Guerra Mondiale, proprio come ne Il papà di Giovanna (2008). C’è nell’aria voglia di ricominciare ed è quello che cerca di fare il protagonista, trasferendosi a Davenport, situato nello stato dello Iowa, ma è proprio lì che il destino è in agguato. Si troverà a fare luce su un mistero dove il maligno governa in maniera sovrana, da cui sarà difficile riuscire a trovare una via d’uscita.
La meravigliosa fotografia in bianco e nero di Cesare Bastelli immerge lo spettatore in un’atmosfera noir, claustrofobica dove il torbido rapporto di due fratelli sembra ricordare quello delle sorelle Legnani de La casa dalle finestre che ridono. In quest’opera ritroviamo temi cari del cinema avatiano e non solo. La straordinaria capacità di Avati di rendere terrificante un territorio rassicurante come l’Emilia Romagna, tanto cara al suo cinema, ci permette di poter godere di un’opera suggestiva che sembra ricordare alcune opere hitchcockiane. Anche in quest’opera troviamo alcuni attori avatiani, o meglio quelli che sono rimasti della factory, dopo la scomparsa di Lino Capolicchio, Gianni Cabina e Carlo Delle Piani. Troviamo con dei piccoli ruoli ma significativi Andrea Roncato, Romano Reggiani, Massimo Bonetti, Nicola Nocella, Claudio Botosso, Chiara Caselli e Holly Irgen.
L’orto americano è un’opera capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo grazie a una storia dalle tinte forti, dove il mistero che ruota attorno a morti e sparizioni lo conduce a un finale che non delude, degno delle precedenti opere avatiane.
Giovanna Asia Savino









