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Tutto l’amore che serve

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VOTO: 8

A testa alta

Dopo avere commosso il pubblico dell’81esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica, Tutto l’amore che serve (Mon inséparable) approda nelle sale nostrane dal 19 giugno con I Wonder Pictures, concedendosi prima qualche altra apparizione nel circuito festivaliero come quelle al Sottodiciotto Film Festival & Campus 2024 e al Milano Film Fest 2025. Ed è alla prima edizione della kermesse meneghina che abbiamo avuto il piacere di assistere alla proiezione della toccante pellicola scritta e diretta dall’attrice Anne-Sophie Bailly, che nel suo lungometraggio d’esordio ha raccontato la storia di un rapporto quasi simbiotico tra Mona, combattiva madre single, e suo figlio Joël, un ragazzo con disabilità cognitiva altrettanto risoluto. Joel lavora in un centro specializzato ed è perdutamente innamorato della sua collega Océane, anche lei disabile. Quando Mona, che nulla sapeva della relazione tra i due, scopre che la ragazza è incinta, le sue certezze e il suo mondo iniziano a vacillare. La donna dovrà mettere in discussione la propria vita, le proprie scelte e le proprie prospettive per riconnettersi col figlio e ritrovare la forza di amare, anche se stessa.
Per la sua prima volta sulla lunga distanza, la Bailly ha scelto di esplorare tematiche assai complesse come la genitorialità e la ricerca di autonomia delle persone con disabilità. Tematiche, queste, che richiedono un certo livello di controllo poiché presentano tutta una serie di rischi e criticità come la spettacolarizzazione, la superficialità, l’assenza di tatto, la strumentalizzazione e l’essere ricattatori, che potrebbero affossare l’opera che le ha prese a carico. Rischi che possono trasformarsi velocemente in pericoli concreti in grado di schiacciare con il rispettivo peso specifico non indifferente la pellicola di turno e chi l’ha firmata. Per sua e nostra fortuna non è il caso di Tutto l’amore che serve, un film che si distingue sin da subito proprio per la delicatezza, la sensibilità e l’attenzione con i quali l’autrice ha saputo affrontare le argomentazioni chiamate in causa. Con questo approccio la regista di Besançon ha scritto la sceneggiatura, tradotto in immagini e diretto gli attori, a cominciare da Laure Calamy e Charles Peccia-Galletto, che con la grazia e la potenza espressiva delle loro performance nei panni di Mona e Joël hanno saputo dare il giusto livello d’intensità e verità ad ogni singola scena. Scene come il litigio al ristorante o il confronto verbale in auto ne sono la dimostrazione. In tal senso, l’ottimo lavoro fatto davanti e dietro la macchina da presa nel costruire, gestire e canalizzare le forti emozioni che si susseguono sullo schermo, è il vero valore aggiunto.
Quello che va in scena è un ritratto di una madre e di un figlio adulto disabile, alla base del quale c’è un legame amorevole e un complesso rapporto di co-dipendenza che non permette a nessuno dei due di vivere individualmente e a pieno la propria vita sentimentale. È fin dall’infanzia che Mona si prende cura del figlio. Una cura che è tanto un dono quanto una maledizione. Motivo per cui, ora che lui è adulto e sta per diventare padre, quel cordone che li lega e al contempo li soffoca sentimentalmente andava reciso. Tutto l’amore che serve è il racconto di come ciò avviene e di come madre e figlio trovano finalmente la propria strada. La Bailly si concentra su entrambi i personaggi, spostando l’attenzione sia sulla coppia che sui singoli, creando narrativamente e drammaturgicamente un perfetto equilibrio. Nel farlo, la regista scende anche sul piano metaforico partendo già dal titolo originale che fa riferimento ai pappagallini inseparabili che vivono in casa dei protagonisti, oppure con l’incipit che vede due corpi nuotare nell’acqua di una piscina, incrociandosi e sfiorandosi.
Operare sia un piano reale che astratto ha fatto in modo che l’opera non smarrisse mai la retta via, mantenendo sempre il fuoco su quello che è il tema centrale, vale a dire l’essere genitori e l’essere figli. Sia la Calamy che la Bailly avevano già avuto modo di approfondirlo in passato e questo è servito moltissimo. Se da una parte l’attrice di Orléans è tornata a interpretare una combattiva madre single, sola contro tutto e tutti come quella straordinaria ammirata in Full Time – Al cento per cento, dall’altra la connazionale ha ribadito di avere il tema della maternità particolarmente a cuore, visto che era già stato oggetto di due cortometraggi di forme, epoche e linguaggi differenti: La Ventrière, ambientato nel Giura in epoca medievale, ed En travail, che segue le gioie e le difficoltà di una maternità a Montreuil, nella periferia di Parigi. Questo tema si fa spazio nuovamente nel suo primo lungometraggio, con una consapevolezza e una cura ancora maggiore.

Francesco Del Grosso

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