Las niñas

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In cerca della propria voce

Una delle qualità del Torino Film Festival sono alcune perle che ti permette di scoprire, attingendo anche da manifestazioni dove non è stato possibile recarsi. In questo caso, l’opera prima di Pilar Palomero è stata presentata alla Berlinale 2020 nella sezione “Generation Kplus”, conquistando grandi consensi già in quella circostanza.
Celia (Andrea Fandos) ha undici anni e studia in una scuola di suore a Saragozza, dove vive con la madre (Natalia de Molina). Insieme a Brisa (Zoe Arnao), una nuova compagna di classe appena trasferitasi da Barcellona, si avviano verso l’adolescenza. Crescendo, nella Spagna dell’Expo e dei Giochi Olimpici del 1992, Celia scopre che la vita è fatta di molte verità, e di qualche bugia. L’esordio alla regia della regista spagnola, non prende spunto soltanto dalla sua storia personale (ha curato la sceneggiatura riuscendo a dar vita a un ottimo bilanciamento tra coinvolgimento privato e distacco per sfociare in tematiche universali), ma tratteggia la ‘sorte’ di molte donne spagnole cresciute negli anni Novanta, divise tra uno stile di vita tradizionale e uno ben più moderno fortemente caratterizzato dall’emancipazione.
«Dai quattro ai quattordici anni ho frequentato una scuola femminile di suore», ha dichiarato la regista, specificando: «La maggior parte delle mie insegnanti erano suore; ci parlavano del Paradiso, dell’Inferno, del peccato, della castità… Poi, quando uscivamo dalle aule, ci trovavamo a contatto con un mondo molto differente: la Spagna dei primi anni Novanta. Con il senno di poi, ho capito di aver avuto un’istruzione a metà tra due mondi: uno tradizionale e conservatore, l’altro proiettato verso il futuro, il progresso e la modernità».
Las niñas (tit. internazionale Schoolgirls) immerge subito lo spettatore in quello che queste ragazze vivono all’interno dell’istituto e riesce a farlo già con la ‘semplice’ scena iniziale dell’esercitazione del coro (che subirà un ‘capovolgimento’ alla fine). «Aprite la bocca, deve sembrare che cantiate», asserisce la suora, la quale non si fa scrupolo nel creare le differenze tra le studentesse, né si pone il problema di colmare le lacune di chi sa cantare meno bene o semplicemente è più insicura e non riesce a far sentire (e far valere) la propria voce. Le è più semplice far fingere chi non è eccelso e far emergere chi ha deciso che deve andare avanti.
L’attrice che interpreta Celia fa venire la pelle d’oca perché ha una capacità di empatizzare non solo con il proprio ruolo, ma ancor più col pubblico, che rende credibile qualsiasi situazione, merito anche di un’espressività molto forte del volto (bastano, a volte, i suoi silenzi o quegli occhi grandi e neri a far nascere in chi guarda il desiderio di una vita migliore). La macchina da presa le va dietro, l’asseconda ora insistendo su un primo piano, su un dettaglio, senza contare la stretta al cuore provocato un piano sequenza (non vi riveliamo il momento).
Come spesso accade l’adolescenza è la fase della sperimentazione e della conoscenza non solo sul piano nozionistico, ma intesa anche di se stessi (pure come corpo) che degli altri. La scuola e le suore che la gestiscono cercano di sopprimere questa naturale inclinazione e con loro anche la madre (scottata dal proprio passato) perché troppo spesso i genitori proiettano sui figli e vorrebbero che non replicassero ciò che loro ritengono sia stato un ‘errore’.
Attraverso lo sguardo esterno, in particolare di Brisa, proveniente da Barcellona, la nostra protagonista inizia ad aprire gli occhi su un altro mo(n)do di vivere e pensare, o probabilmente sarebbe meglio denominarlo il vero mo(n)do, quello oltre il cancello, in cui le ragazze poco più grandi di lei si truccano, cominciano a rapportarsi con l’altro sesso, provano – se si ha voglia – la prima sigaretta.
A Las niñas (tra le dodici opere del Concorso Ufficiale del TFF2020) va il plauso di non edulcorare la realtà perché, se da un lato si riceve un’educazione secondo cui la sessualità è a servizio dell’amore (e quindi della procreazione) e che se si viene meno agli insegnamenti delle suore (e della madre), la soluzione, in un’ottica rigida, è il castigo; dall’altro lato emerge come anche le studentesse possano essere cattive – sottilmente e con incisività viene toccato il tema del bullismo soprattutto psicologico.
Esiste un equilibrio tra le varie parti? Senza dubbio in una situazione del genere tocca al singolo rafforzarsi e provare a crearlo. Come si conclude questa storia e quali interrogativi universali rilanci, ci auguriamo che possiate vederlo coi vostri occhi, oltre a sentirlo dentro di voi.

Maria Lucia Tangorra

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