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Non piangere

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VOTO: 7,5

Destinazione sconosciuta

Nel ricchissimo e variegato programma della 33esima edizione del Festival del Cinema Africano, Asia e America Latina c’è stato spazio anche per due anteprime mondiali, entrambe presentate nel palinsesto della seconda giornata della kermesse meneghina all’interno di “Extr’a”, sezione competitiva dedicata a registi italiani o stranieri residenti nel nostro Paese che ospita opere senza distinzione di genere o durata girate nei tre Continenti o che approfondiscano i temi dell’Italia multiculturale. È questo il caso di Non piangere, primo cortometraggio interamente scritto, prodotto e diretto da Niccolò Corti che proprio in questa prestigiosa vetrina ha avuto il suo battesimo di fuoco.
Il regista fiorentino ci porta in media res al seguito di Mustafa e del figlio Chafik nel pieno di un viaggio per le strade del Nord Italia verso una destinazione sconosciuta. Il bambino di nove anni, ignaro di dove stiano andando, coglie qualche informazione dalle soste e dagli incontri di suo padre. L’uomo, stanco e preoccupato per qualcosa di ancora non definito, a malapena gli rivolge la parola. Dopo km scanditi da silenzi, paesaggi nebbiosi e cimiteri desolati, una chiamata porrà fine alla sua angoscia. Il contenuto dal quale dipende l’epilogo della vicenda ovviamente lo lasciamo alla visione di un cortometraggio che siamo sicuri lascerà nello spettatore un segno del suo passaggio e non pochi spunti di riflessione, ma anche un concentrato di emozioni cangianti.
A giudicare dalla sinossi, Non piangere a una prima lettura potrebbe apparire come il classico viaggio di un padre con il proprio figlio e forse è esattamente quello che vorrebbe inizialmente indurre a pensare l’autore, per poi gradualmente cambiare le carte in tavola quando si capisce che dietro quel tour si nasconde un segreto e una realtà destinati a venire a galla e duri da accettare. Si tratta per caratteristiche genetiche e stilemi di un road movie su quattro ruote che lungo il percorso e nel suo ridotto arco narrativo rivela la sua vera anima, quella di un dramma familiare e sociale, in cui la dimensione privata e intima sfocia in una tragedia collettiva che riguarda milioni di mussulmani residenti nel territorio italiano. A bordo dell’auto sulla quale viaggiano i due protagonisti c’è un segreto che pesa come un macigno. Si tratta di un “passeggero” silenzioso nelle cui vene scorre un grandissimo dolore. Ed è proprio questo mistero che si trascinano come una zavorra l’elemento a tenere costante la temperatura emotiva e latente una tensione destinata a implodere sullo schermo nelle immagini intense e toccanti che precedono i titoli di coda. Sino a quei momenti tutto il magma incandescente viene veicolato e trasmesso al fruitore con grandissima forza ed efficacia da una regia e da una fotografia (firmata da Paolo Foti) asciutte, rigorose ed essenziali, oltre che dai volti sofferenti e ignari dei personaggi, dal non detto e dai silenzi assordanti che fanno da colonna sonora a questa straziante e angosciante odissea. Straordinariamente comunicativi in tal senso i due interpreti Said e Imran Maghil, le cui rispettive performance fanno da giusta punteggiatura a un dramma ispirato a fatti realmente accaduti.

Francesco Del Grosso

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