Quasi Natale

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Il suono del tempo di una famiglia

Tra le novità della 38esima edizione del Torino Film Festival è stata inserita Fuori Concorso una sezione denominata “Tracce di teatro”, creata appositamente per ospitare due titoli differenti tra loro, ma che, a nostro parere, meritavano spazio. Il primo di cui vi parliamo è Quasi Natale diretto da Francesco Lagi, con la compagnia Teatrodilina, che si caratterizza per semplicità, poeticità e intensità con cui porta in scena gli spettacoli che crea. È come se fosse un ‘piccolo mondo’ che, però, funge da lente d’ingrandimento per la platea di turno; quel tanto agognato ‘teatro semplice’, di cui talvolta ci si dimentica (anche alcuni artisti dimenticano di farlo), ma che fa bene al cuore, soprattutto se vi si approccia come fa, ad esempio, TeatrodiLina.
Questo stesso spirito lo hanno conservato per il grande schermo, ma, chiariamo, senza che il film (di cui magari qualcuno avrà visto già la rappresentazione in scena) risultasse teatro filmato, anzi.
Nell’incipit entriamo già in atmosfera con delle note che richiamano un carillon, ma con un sapore nostalgico. Una mano anziana posa (in ordine) le statuine del bue, dell’asinello, di San Giuseppe e della Madonna; giustamente essendo ‘quasi Natale’ il bambinello non è ancora nato.
Isidoro (Francesco Colella) vive nella casa con la madre, la quale deve dir loro qualcosa, ma è assente (scopriremo che è – forse – in ospedale). In virtù di questa ‘chiamata’ l’uomo ha chiesto ai suoi fratelli di raggiungerlo nella casa d’infanzia. Ad arrivare per prima è Chiara (Anna Bellato), di cui traspare immediatamente il lato più ansioso e apprensivo, con una parte di sé che non vuole affrontare ciò che la mamma avrebbe da dirle o, ancor più, non vorrebbe vederla in certe condizioni. Con l’arrivo del terzo fratello, Michelino (Leonardo Maddalena), c’è anche una ragazza, Miriam (Silvia D’Amico), la quale ha un aspetto familiare, anche se all’inizio rappresenta l’elemento esterno che farà fare i conti ai tre fratelli. Una delle immagini più significative (apparentemente banale) è l’accensione e spegnimento – improvviso – dell’alberello preso da Isidoro, a cui si aggiunge l’acquario (ma di cui non vogliamo svelarvi oltre). Una voce canta richiamando le note iniziali, è in lontananza e già questo ci suggerisce la dimensione lirica e profonda che Teatrodilina sa toccare.
«Ci sono un’attesa e una vicinanza forzata. Un pesce nuovo per l’acquario e un anello di fidanzamento. Vecchi quaderni di scuola e un telecomando che non si trova. Un telefono che squilla e una vecchia storia di sciamani pellerossa» (dalla scheda). Ci sono gesti che si compiono di default, capi vecchi da cui non ci si riesce a staccare (basti pensare al cappotto di Isidoro) e la ricerca di una lontananza di chilometri e chilometri (vedi la decisione di abitare in Cina di Michelino) pur di allontanarsi dal ‘nido’.
Ognuno dei fratelli è ben caratterizzato (senza mai risultare macchiettistico), anzi, il tono di voce è per lo più basso – in particolare quando parla Isidoro – tranne nei momenti in cui si raggiungono i picchi drammaturgici poiché si toccano corde profonde.
Chi di noi non si riconoscerebbe in un tasto sempre annoso per una famiglia? Ci riferiamo alla vendita della casa dove si è cresciuti. Essendo una storia molto semplice, delicata e al contempo profonda, non possiamo e non vogliamo esporla completamente, anche perché in Teatrodilina l’accento è posto sull’essere umano, sul dialogo e sul non detto che, prima o poi, non può che esplodere.
«I fantasmi non esistono. I fantasmi siamo noi, ridotti così dalla società che ci vuole ambigui, ci vuole lacerati, insieme bugiardi e sinceri, generosi e vili», asseriva il grande Eduardo De Filippo, il quale, più di tutti – quantomeno esplicitamente – insieme a Ibsen, ci ha fatto fare i conti coi ‘fantasmi’.
Nell’abitazione dei fratelli di Quasi Natale «Ci sono certi spiriti che faticano ad andare via» e gli spettatori empatizzano con loro, senza che si (s)cada mai nel sentimentalismo. Si potrebbe dire che avvenga esattamente il contrario, gli attori – e chi li ha visti in teatro conosce già il loro approccio – vanno in sottrazione, ‘giocano’ con le parole, in sottrazione, riescono a far sgorgare silenzi ed emozioni come se noi spettatori vivessimo con loro, in un angolino, quello che sta accadendo (e non dalla posizione frontale della platea). Nel caso del film la macchina da presa entra in punta di piedi, diventando ora lente d’ingrandimento per farci toccare più da vicino i loro ‘duelli’ così come le incomprensioni, lo stordimento di chi non può o non vuole accettare il mutamento e/o l’abbandono (compreso quello fisiologico); al contempo Lagi sceglie di farci ambientare in questa casa, esplorando lo spazio interno (con la soffitta che conserva sempre i suoi segreti e ricordi) e sfruttando quello esterno che trasmette una percezione – non a caso – di isolamento.
«Il nostro lavoro si basa e si interroga sulla scrittura, sulla parola, e sulla costruzione di relazioni fra personaggi», ha specificato Lagi nelle sue note. «Partendo da uno spettacolo teatrale, che si chiama anche quello “Quasi Natale”, abbiamo quindi traghettato, accompagnandone la naturale mutazione con la massima cura, quella che si riserva a un materiale estremamamente fragile, una storia con i suoi personaggi, i loro sentimenti e le loro contraddizioni. Portando tutto in un posto nuovo, che è questo film».
Quasi Natale appartiene a quei piccoli grandi lavori che sanno scaldare il cuore con la potenza della sincerità di ciò che mettono in scena, ma anche di quella che passa tra gli attori e il regista che lo realizzano; ciò non significa che non riservi allo spettatore anche la possibilità di ‘colpetti’ (basti pensare metaforicamente a quelli di Chiara verso Isidoro) per fare i conti con se stessi. È anche un’opera che va cercata col ‘lanternino’ nella tanta offerta che ci viene proposta (in questo momento sulle piattaforme e sui festival online), essendo un lungometraggio indipendente, che merita di essere visto e vissuto.

Maria Lucia Tangorra

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