I morti non muoiono

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

American Gothic

Gli zombie di Jim Jarmusch aprono il Festival di Cannes 2019, con il film I morti non muoiono (nella titolazione originale The Dead Don’t Die). Dopo i vampiri di Solo gli amanti sopravvivono, il regista rilegge un altro mito di mostri cinematografici, quello degli zombie, secondo un genere cinematografico che è si quello dell’horror ma nella variante della declinazione fantascientifica, quella che per intenderci deve fornire una spiegazione razionale agli eventi fantastici. Siamo quindi nei territori del fantastico strano di Todorov. E partiamo da uno stratagemma narrativo usato anche da Ed Wood nel suo Plan 9 from Outer Space: i morti rispuntano dalle tombe in forma di zombie per un motivo non soprannaturale ma per una rotazione anomala dell’asse terrestre, risultato delle attività antropiche, che induce perturbazioni strane e anomalie. Anomalie del campo magnetico e vattelapesca, di cui si accorgono subito i protagonisti del film, lo sceriffo e i suoi agenti: la radio è disturbata, il telefono rotto. Come nel triangolo delle Bermude, o nell’Hanging Rock durante il picnic. Quando i mezzi di comunicazione dell’uomo sono bloccati è l’anticamera dell’apocalisse, secondo un altro stereotipo del genere.

Jim Jarmusch si inventa degli zombie invero goffi e non difficili da eliminare per decapitazione. Sono come dei sacchi di patate flaccidi, dei pupazzi da sagra paesana, che sprigionano polvere nera quando vengono rotti. È la figurazione della loro vacuità, della loro inconsistenza se non come funzioni narrative. Quello che interessa a Jarmusch è costruire su un tale mito cinematografico una fitta rete di citazioni dalla settima arte e non, confezionando un congegno postmoderno visibilmente, e risibilmente, vuoto. Partendo dall’ovvio Romero, citato pure espressamente, dell’invasione dei morti viventi, possiamo arrivare a ricordare il Bates Motel come il disco volante di Incontri ravvicinati del terzo tipo. C’è una Tilda Swinton che rifà la sposa di Kill Bill con la katana d’ordinanza, mentre i personaggi principali, anche per l’iconica presenza di Bill Murray, sembrano dei nuovi ghostbuster, una squadra specializzata a eliminare gli zombie invece che i fantasmi. L’operazione citazionista è però vuota, non trapela alcun amore cinefilo per il materiale che viene ripreso. È una costruzione su altre costruzioni, che omaggia opere già concepite come summe di riferimenti alla celluloide, come Un lupo mannaro americano a Londra o appunto Kill Bill. Jarmusch scoperchia la metanarrazione, ne rivela la vacuità, con dei giochini estremi. Come quando si riconosce la colonna sonora del film, nelle canzoni folk di Sturgill Simpson, nei suoi passaggi da extradiegetica a diegetica. Mentre l’apice metalinguistico si raggiunge in uno scambio di battute tra l’agente Peterson/Adam Driver e lo sceriffo Robertson/Bill Murray: il primo sa quale destino aspetta loro perché ha letto il copione del film, mentre il secondo si lamenta che Jim gli dia da leggere solo le sue battute. Una smargiassata metacinematografica che suggerisce il senso dell’operazione di The Dead Don’t Die, un giochino del regista con i suoi amici, di un autore consacrato come il massimo esponente del cinema indie statunitense che ora si diverte con un party game da tavolo sul cinema.

Nulla di più? Rimane la lentezza impressa al film e la volontà di figurare l’America più profonda, quella che ha ispirato tanto i Coen quanto David Lynch, l’America dei piccoli centri rurali con i suoi matti del villaggio, com’è la cittadina del film che si chiama non a caso Centerville, l’ombelico del paese, del mondo. Una comunità che si raduna nel suo piccolo cimitero dalle lapidi consunte da Spoon River, dove le tombe dei bambini sono collocate in un’apposita area. Una dimensione country, folk, alla Grant Wood, di un paese in cui Jarmusch concentra tutti i suoi miti in celluloide.

Giampiero Raganelli

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