Quello che resta…
Chiamare un film Poetry (poesia) potrebbe sembrare un atto di presunzione, ma non se l’autore in questione è Lee Chang-dong. Il regista sudcoreano sintetizza con una parola così semplice e allo stesso tempo permea di significati alti e profondi, temi e stilemi di un’opera, la quinta di una filmografia breve ma di altissimo livello che può contare su titoli pluri-premiati come Green Fish (1996), Peppermint Candy (2000), Secret Sunshine (2007), Burning – L’amore brucia (2018) e soprattutto del premio speciale per la regia alla Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia 2002, Oasis, capace di raggiungere con tocchi di delicatezza il cuore e la mente dello spettatore. La pellicola in questione non è da meno, tanto da meritare una riproposta nel corso del Trento Film Festival, che nella sua 74esima edizione ha voluto riportarla sul grande schermo all’interno della sezione “Destinazione…”, vetrina quest’anno dedicata alla Corea del Sud.
Il film racconta la storia di Mija, una donna di 66 anni che vive con suo nipote, un ragazzo che frequenta il liceo, in una piccola città nella provincia del Gyeonggi attraversata dal fiume Han, in Corea del Sud. Mija è eccentrica e estremamente curiosa. Il caso la porta a frequentare un corso di scrittura poetica e, per la prima volta nella sua vita, a scrivere una poesia. La donna comincia a cercare la bellezza anche nel suo ambiente, al quale, fino ad allora, non aveva prestato particolare attenzione. Ha così l’impressione di scoprire delle cose che erano sempre state davanti ai suoi occhi. Ma il suo sogno di scrivere poesia deve fare i conti con una realtà dolorosa e sordida, che si rifiuta di accettare e che, forse per colpa dell’Alzheimer che la sta aggredendo, immagina diversa e finisce per trasfigurare.
Un dramma intimo e struggente, che prende forma e sostanza sulla pellicola, come una composizione poetica di versi trova spazio su un foglio bianco di carta. Lee firma un intenso e coinvolgente atto d’amore nei confronti della vita e del significato più profondo dell’esistenza umana. Nel farlo percorre le vie impervie della metafora senza però scivolare mai nelle sabbie mobili della superficialità e della retorica. Affronta temi complessi come la malattia, il sacrificio, la violenza, la bellezza e scava fino alle radici stesse del loro significato restituendone alla platea di turno la vera essenza ed etimologia. Merito di una sceneggiatura, giustamente premiata 63esima edizione del Festival di Cannes e agli Asian Film Awards, che accumula per poi liberare emozioni, lavorando principalmente sulla contrapposizione tra il detto e il non detto. Uno scontro che non crea mai conflitti interni nella scrittura, piuttosto un incontro di elementi che dal punto di vista narrativo e drammaturgico dà origine ad una perfetta struttura di vasi comunicanti nella quale circolano senza intoppi parole, suoni, gesti e sguardi.
Il risultato permette di fatto al regista di mettere in quadro una storia che scivola leggera dal primo all’ultimo fotogramma, attraverso un flusso ininterrotto di emozioni che regala allo spettatore attimi di straordinaria partecipazione. Lee Chang-dong sa come veicolare e gestire i meccanismi emozionali, tenendo a dedita distanza strumentalizzazioni e facili sentimentalismi, che nella stragrande maggioranza dei casi sfocia in stucchevoli melodrammi che non fanno altro che ricattare e violentare chi li guarda. Piuttosto si affida al fuori campo e alla forza dell’evocazione, all’osservazione e alle atmosfere, per raccontare e descrivere stati d’animo e sentimenti come amore, paura, dolore e sofferenza, ma soprattutto alla fisicità e alla bravura degli interpreti, uno su tutti l’immensa protagonista Jeong-hie Yun, attrice leggendaria della cinematografia coreana con all’attivo circa 190 film, che nel ruolo di Mija regala una performance da brividi. Sul personaggio e sul suo modo di vedere le cose, Lee costruisce il proprio sguardo registico. Sceglie la contemplazione e l’attesa, esattamente come Mija vive il resto dei suoi giorni, trasformate in “grammatica” cinematografica sotto forma di inquadrature lunghe e tremendamente vive.
Francesco Del Grosso









